Alto Adige – 13.10.2003
È difficile, per noi suoi contemporanei, dare oggi un giudizio sull’opera di papa Giovanni Paolo II, di cui in questi giorni ricorre il venticinquesimo anno di pontificato. Sarà la storia ad emettere l’ardua sentenza. Ardua soprattutto perché la figura di Karol Wojtyla non è riconducibile ad un unico aspetto, ma è carica di sfaccettature e di risvolti spesso ambivalenti. C’è il papa che parla al mondo e c’è quello che si rivolge alla Chiesa. C’è il pontefice che incontra i grandi della terra e quello che si pone in rapporto con gli altri vescovi.
Si cita volentieri il fatto che questo papa ha dato un contributo determinante nel crollo del comunismo. È forse questo un aspetto quasi secondario della sua lunga parabola. Siamo oggi impressionati dalla croce della malattia che segna gli ultimi passi dell’anziano pontefice: ci si dimentica del giovane Wojtyla dal passo rapido e dalla parola fluente che si rivolgeva a muso duro ai suoi e agli altri.
Dire che Giovanni Paolo II è il profeta che ha portato la Chiesa dal secondo al terzo millennio è senza dubbio una verità, tenuto conto soprattutto del fatto che anche i profeti della Bibbia hanno i loro lati oscuri e le loro debolezze. Se la Chiesa in questo quarto di secolo ha fatto notevoli passi avanti, essa è rimasta pur sempre senza risposte davvero innovative rispetto a questioni come l’etica familiare e sessuale, il ruolo della donna e dei laici (nella Chiesa, in primo luogo), il nuovo volto del sacerdote, l’organizzazione interna della Chiesa-istituzione, il rapporto del papa con i vescovi, tanto che più di una voce autorevole si è levata a chiedere l’indizione di un nuovo Concilio.
L’impressione è che questo papa non sia voluto intervenire in tali questioni sentendosi chiamato ad agire più all’esterno che all’interno della sua Chiesa, lasciando in qualche modo ai suoi successori l’onere di una riforma delle strutture e delle regole della comunità ecclesiale.

Giovanni Paolo II in questi venticinque anni è stato un leader carismatico, con tutti i rischi e i pregi del caso. Il rischio principale è quello di un’eccessiva identificazione della Chiesa col papa. Il vantaggio è la ricaduta positiva che l’autorità morale universalmente riconosciuta del pontefice ha su tutto il mondo cristiano.
Questo papa ha pronunciato milioni di parole, ma saranno alcuni suoi atteggiamenti a rimanere impressi nella memoria della nostra e delle future generazioni. In primo luogo quel suo farsi portavoce di un messaggio “integrale” ma non “integralista” e tanto meno “fondamentalista”. Egli ha reso evidente il fatto che la Chiesa, per quanto “santa”, è composta da uomini soggetti agli errori anche più insani. Lo ha fatto inaugurando e portando a termine pur tra i mugugni di qualcuno la lunga teoria dei “mea culpa”. Riconoscere gli errori del passato significa ammettere che anche il presente ne può essere segnato.
Lo stesso atteggiamento di fondo sta certamente alla base della tensione continua del papa verso l’incontro ecumenico tra confessioni cristiane ed il dialogo tra le diverse religioni. Gli incontri partiti da Assisi e sviluppatisi nel corso degli anni sono stati principalmente momenti di preghiera comune, ma esprimono la consapevolezza che ognuno ha qualcosa da imparare dagli altri. Che la verità ha molti modi di manifestarsi e che lo stesso Creatore si compiace della varietà della creazione.
Il papa, con i suoi oltre cento viaggi internazionali, ha reso evidente che Roma non è il centro dell’universo, nemmeno di quello cristiano. Che quello occidentale non è l’unico modello culturale possibile. Che l’Europa e l’Occidente soffrono di miopia, nella loro incapacità di incontrare da pari a pari le tradizioni diverse dalla loro, e nella loro presunzione di imporre a tutti i propri valori, soprattutto quelli politico-economici. Il papa che ha sofferto e combattuto il comunismo ha avuto parole durissime contro gli effetti disumani del capitalismo trionfante, primi fra tutti la guerra e la fame. È un papa “coi fianchi cinti ed i calzari ai piedi”, collocato sulla porta della sua Chiesa, rivolto all’esterno, con lo sguardo che guarda e vede lontano, sempre pronto a rimettersi in strada.