São José Freinademetz

Alto Adige – 3.10.2003

“O amor é o ùnico idioma que todos entendem”. È questa la scritta, in portoghese, riportata sui fogli distribuiti ai fedeli della chiesa di São Sebastian, che sovrasta la piazza centrale della città di Juiz de Fora. È domenica 28 settembre e anche se ci troviamo nell’interno del Brasile, quella che campeggia sulle immaginette sparpagliate sui banchi è l’icona di padre Giuseppe Freinademetz. O meglio: “são José”. “L’amore è l’unica lingua che tutti capiscono”. A sinistra dell’ingresso della chiesa brasiliana è stata ricavata addirittura una nicchia nella quale un artista locale ha riprodotto il volto del santo della val Badia, nei suoi caratteristici abiti cinesi. Per domenica mattina, 5 ottobre, i fedeli hanno assunto l’impegno di partecipare alla veglia notturna in onore dei santi Janssen e Freinademetz. Il loro turno è quello che va dalle quattro alle sei del mattino. Tutto ciò accade a migliaia di chilometri sia dalla Cina che dalle valli del Tirolo e dà la misura di quanto la testimonianza del santo di Oies possa essere sentita come un messaggio di universale comprensione.

È proprio questa l’attualità di padre Giuseppe. Come ha scritto il vescovo Egger, “è un santo che ha anticipato la globalizzazione vivendo nella Chiesa cattolica, che abbraccia il mondo intero, all’insegna dell’apertura e dell’accoglienza nei confronti delle altre culture e religioni”. Sebbene, come tutti i santi, anche padre Freinademetz sia stato un uomo del suo tempo, la sua apertura alle altre culture e alle altre religioni non può essere considerata un fatto scontato. I missionari, in Asia, in Africa o nel nuovo mondo corsero spesso il rischio di essere funzionali ad una politica coloniale che mentre sottraeva ad altre popolazioni le loro ricchezze materiali, intendeva esportare tra di esse la cultura europea nell’esplicita convinzione, purtroppo non ancora scomparsa, che l’unica civiltà degna di questo nome sia quella occidentale. Anche padre Freinademetz partiva in un periodo di espansione coloniale, quando per molti era difficile, sul piano ecclesiale, distinguere la cultura europea dal messaggio evangelico. Il suo voler “diventare cinese tra i cinesi” è quindi senza dubbio una scelta contro corrente ed un messaggio chiaro. Fu Shen-fu, così il missionario ladino cambiò il suo nome nella sua nuova patria, fu un “pioniere dell’inculturazione”, ovvero di quel modo di agire basato sull’idea che ogni cultura ha la dignità sufficiente per accogliere la Parola di Dio pronunciata nel proprio linguaggio, calata nella propria peculiarità di simboli e valori. Tutto ciò in un periodo in cui era del tutto normale dividere l’umanità in razze, alcune delle quali superiori, altre inferiori. In un mondo in cui la schiavitù dei neri era ancora tollerata. Quando in Brasile la principessa Isabella firmò l’atto che rendeva liberi gli schiavi, “são José” era in Cina già da nove anni. Aveva già capito che il dominio dell’uomo sull’uomo non ha nulla a che vedere col vangelo di Cristo. Semmai, agli inizi del ‘900, il santo montanaro si sarebbe preoccupato per la degenerazione culturale degli europei che “sono bensì cristiani ma sono peggiori dei pagani” e non si “curano d’altro che di far denaro e di andare dietro a tutti i piaceri mondani”.

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