Alto Adige – 3.10.2003
C’è un personaggio che rischia, come tanti altri, di essere confinato nel regno della dimenticanza. Eppure don Giorgio Cristofolini va annoverato tra i protagonisti della storia altoatesina per più di un motivo. L’occasione di parlarne è data dal decimo anniversario della sua scomparsa. Don Cristofolini si spegneva infatti il 23 settembre del 1993. Il giorno dopo a Bolzano era prevista la presentazione del libro-intervista che racconta le sue vicende, un evento che si sarebbe dunque trasformato in una mesta commemorazione.
Don Giorgio, scontroso e spigoloso quanto basta per non essere sempre amato da tutti, ebbe un ruolo di primo piano nel mondo del lavoro, nella Chiesa altoatesina e nel giornalismo locale.
Nato ad Arco nel 1922, ma allora residente a Vigo Cavedine, don Giorgio aveva studiato “da prete” durante gli anni della guerra per essere ordinato sacerdote della diocesi di Trento nel 1946.

Il suo primo incarico pastorale era stato nel ruolo di cappellano a Predazzo. Fu lì che vide per la prima volta la faccia impastata di polvere e fango dei lavoratori delle gallerie. Fu lì che consolidò l’idea che prima delle ideologie e delle appartenenze viene la dignità delle persone. Erano gli anni delle scomuniche vaticane ai comunisti.
Don Giorgio e gli operai si trovarono presto in sintonia. Anche per questo già nel 1950 il giovane prete fu trasferito a Bolzano con l’incarico di assistente provinciale delle ACLI, le associazioni cristiane dei lavoratori. Fu in quel ruolo che si trovò a collaborare con personaggi che, facenti capo alla cosiddetta sinistra democristiana, furono tra i protagonisti del controverso cammino dell’autonomia altoatesina, tra questi Giorgio Pasquali e Alcide Berloffa.
Ma don Giorgio non era uomo da starsene comodamente seduto in poltrona. Ogni settimana partiva da Bolzano con la sua Topolino per incontrare una categoria di lavoratori di cui nessuno si interessava, nemmeno i sindacati. Erano gli uomini delle gallerie e delle miniere. Diversi cantieri erano allora aperti in Alto Adige per la costruzione di cantieri idroelettrici. La manodopera era formata da personale immigrato dalle altre province (“gli uomini con la valigia”). Si trovavano in condizioni spesso di forte disagio, sfruttati e senza tutela. Don Giorgio diventò il loro “sindacalista”, il loro animatore, il loro assistente sociale, persino lo scrivano per le lettere alla findanzata. Lo stesso avvenne nella più alta miniera d’Europa, quella di Monteneve, dove don Cristofolini, seguito presto da don Italo Tonidandel, si recava regolarmente, estate o inverno col rischio concreto di perdere la via e di morire assiderato.
Se questo è il lato “avventuroso” della vita di don Cristofolini, non meno importante fu il contributo dato alla soluzione di alcuni rilevanti problemi politici e istituzionali. Grande amico e confidente del vescovo Gargitter, fu anche lui, assieme ad altri, a seguire passo passo le vicende che portarono alla creazione della diocesi di Bolzano-Bressanone. Una lunga trattativa con radici lontane che andò felicemente in porto nell’agosto del 1964. Anticipava di alcuni anni la riforma dello statuto di autonomia e rappresentò un contributo non sempre abbastanza valutato alla felice soluzione della vertenza.
Proprio per la fiducia che il nuovo vescovo di Bolzano-Bressanone nutriva per don Giorgio, a lui fu affidata la fondazione e per quasi trent’anni la direzione del nuovo settimanale diocesano in lingua italiana, “Il Segno”, uscito nell’ottobre del 1965. Una linea scomoda, la sua, perché dichiaratamente contraria ad ogni tentazione nazionalistica e apertamente dalla parte dei ceti più deboli della società. “Non si trova negli editoriali di don Giorgio – ha scritto Carlo Romeo – nemmeno un’ombra di retorica o di quel quietismo senza indignazione, che suole confortare senza aiutare. Preferiva la schiettezza delle verità scomode. Per questo qualche volta si sentiva solo”.
Don Cristofolini
Don Giorgio Cristofolini nacque ad Arco nel 1922, ma la sua famiglia era di Vigo Cavedine, dove crebbe e rimase fino all’ingresso in seminario a Trento. Ordinato sacerdote nell’immediato dopoguerra (1946), per i primi quattro anni fu cappellano a Predazzo, dove ebbe modo di instaurare i primi rapporti con gli operai impegnati nella costruzione di dighe e gallerie. Nel 1950 fu quindi trasferito a Bolzano che allora faceva parte dell’arcidiocesi tridentina. Il suo ruolo di assistente provinciale delle Acli per l’Alto Adige lo mantenne in stretto contatto con il mondo del lavoro. In particolare girò la provincia in lungo e in largo per assistere dal punto di vista religioso, sociale ed umano gli operai dei cantieri idroelettrici e i minatori delle miniere di Monteneve, per lo più immigrati, lontani dalle proprie famiglie per mesi ed anni. Si legò subito a mons. Gargitter, allora vescovo di Bressanone, restandogli a fianco durante i mesi delle trattative riservate e sofferte per la rettifica dei confini diocesani. Con la nascita della diocesi di Bolzano-Bressanone (1964) fondò il settimanale diocesano Il Segno (1965) e ne fu nominato direttore. Lo rimase fino alla morte, il 23 settembre 1993.