Toponomastica

Alto Adige – 21.9.2003

In questi giorni in Alto Adige si torna a discutere di toponomastica (in un convegno organizzato dal Centro di Studi Atesini). Se non si tratta di un’operazione elettorale, può essere l’occasione più che per la ricerca di una verità assoluta, almeno per un recupero del buon senso.

Gli aspetti giuridici e linguistici sono certamente interessanti ed hanno il loro peso, ma rischiano di rimanere confinati in un ambito che riguarda solo gli addetti ai lavori. La toponomastica invece ha una valenza che coinvolge ogni persona ed è proprio la persona a meritare una considerazione centrale nel momento in cui si prendono decisioni sul piano politico.

Il vizio di fondo dei nomi “italiani” dell’Alto Adige consiste nel fatto che essi furono imposti dal regime fascista. Ma non è tanto l’aver creato a tavolino una toponomastica per la nuova provincia ad essere oggi meritevole di condanna, quanto l’aver con questa voluto soppiantare i nomi precedentemente in uso da parte dei gruppi tedesco e ladino. Il primo passo da compiere per chi vuole difendere, oggi, la legittimità dei nomi italiani è quello di riconoscere senza riserve il sopruso compiuto allora. Inutile negare che la toponomastica di Tolomei, sul piano della politica, fu un elemento del progetto di snazionalizzazione attuato dal regime fascista tra gli anni ’20 e i primi anni ’40. Detto questo, ma con chiarezza, nessuno può costringere la generazione attuale a pagare per gli errori compiuti da altri.

Dare un nome ai luoghi nei quali si vive è un istinto primordiale di ogni sia pur piccola e giovane cultura. Nel nostro caso tutti sanno che ben prima che Tolomei si mettesse all’opera c’erano l’Adige, c’era Bolzano (o Bolgiano), Marano e poi Merano, Bressanone, Egna, Caldaro e tanti altri nomi cui già i governi di Innsbruck e di Vienna riconoscevano piena legittimità, soprattutto fino a che l’Europa non conobbe il dilagare dei nazionalismi di segno opposto, la cui caratteristica fu appunto la negazione della complessità e delle diversità linguistiche. Sopprimere le pluralità toponomastiche, nel ‘900 altoatesino, è stato un atto di cui si sono fatte carico solo le dittature: quella militare austriaca nel corso della Grande Guerra, quella fascista subito dopo.

Dare un nome alle cose e ai luoghi è caratteristica dell’agire umano e in questo sta il suo significato. Non sono i luoghi, come ogni tanto si sente dire, ad essere detentori di diritti, ma solo le persone. Né i nomi sono, come si è detto, “monumenti naturali”. E’ evidente che la natura non c’entra coi toponimi. Fanno parte, semmai, di un comune patrimonio di cultura, e farne dei “monumenti” può essere rischioso. Anche tra quelli legati alla cultura ci sono comunque diritti innati che nemmeno la storia è in grado di concedere o togliere. Ne consegue, nel caso altoatesino, che i nomi “italiani” possono essere dati, modificati o cancellati solo da coloro che ne fanno concretamente uso nella loro quotidianità.

D’altra parte va sgomberato il campo dall’abitudine di considerare tutto ciò che è sorto tra le due guerre come un “relitto fascista”. Alcune cose lo sono, la maggior parte no. In questi mesi a Merano, ad esempio, si discute sulla demolizione del padiglione musicale sulle passeggiate (detto “la conchiglia”) il cui torto principale, secondo alcuni, è di essere stato costruito nel 1936. Estendere l’appellativo di fascista a tutto ciò che è “italiano” o che risale agli anni ’20 e ’30 è un modo di agire anacronistico, fuorviante e in definitiva sciocco.

Non va confusa peraltro la questione dei nomi di luogo con altri episodi ampiamente strumentalizzati come è il caso della disputa su piazza della Vittoria. Mentre il vecchio nome della piazza bolzanina, a mio modesto parere, è e rimane un elemento che incatena il gruppo italiano ad un passato che non gli appartiene, i nomi dei paesi, dei fiumi e delle montagne fanno invece ormai parte di un processo di radicamento in questa terra, sia pure lento, faticoso e delicato. Interferire in esso con atti di imperio imposti dall’esterno è un’azione priva di buon senso perché mina le basi identitarie, crea malessere e diventa un problema per tutti.

Ma ciò che crea disagio è anche l’ostinazione a mantenere il gruppo italiano legato ad un’identità fasulla, come quella imposta dal fascismo. Non sono i fasti di Roma, i fasci littori né le guerre e le vittorie ad essere elementi inalienabili dell’identità italiana in Alto Adige, che è molto meglio espressa dai contributi dati da molte generazioni nel campo del lavoro, della cultura, della religione e delle istituzioni.

I nomi di luogo hanno, nella maggior parte di casi, una loro neutralità rispetto alla politica e alle ideologie che ad esempio i nomi di strade e piazze non hanno. Dopo il 1945, non a caso, sono molti i casi di ridenominazione di vie e piazze (sia pure mantenendo valido il principio della bilinguità), mentre i nomi di luogo sono rimasti invariati.

Il consenso di fondo che all’inizio del terzo millennio e guardando alla nascente Europa va ricercato tra i gruppi linguistici, indipendentemente dalla questione nomi, è sull’immagine che si ha dell’Alto Adige o Sudtirolo. C’è chi in passato lo ha voluto considerare una provincia “italianissima”, chi ne ha rivendicato il carattere “rein deutsch”… La storia parla invece di una terra che da sempre ha visto (malgrado le miopi forzature nazionalistiche dell’una e dell’altra parte) l’incontro e la sovrapposizione di lingue e culture diverse. Oggi sarebbe difficile negare che le caratteristiche principali della provincia di Bolzano sono la sua multiculturalità ed il suo plurilinguismo. Se questo cominciasse ad essere davvero il sentire comune allora anche l’interrogativo sulla bilinguità della toponomastica sarebbe facilmente sciolto, al di là degli aspetti linguistici e giuridici.

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