Vita Trentina – 14.9.2003
Sulla montagna era calata all’improvviso la notte. Così, tutta d’un colpo. S’era stupita davvero Bigia, la marmotta più giovane del gruppo. Si era meravigliata nel vedere lo stupore negli occhi delle adulte, un attimo prima che il buio le avesse impedito di cogliere ogni sfumatura dallo sguardo delle altre.
Pochi secondi di silenzioso smarrimento, poi era subito partito un fischio. Le marmotte, quando c’è qualcosa che non va, fischiano. È una specie di sirena d’allarme che serve a mettere in guardia le amiche, sparse solitamente sui due lati dei canaloni rocciosi. A quel fischio si risponde sempre. Una o due volte. Il fischio di risposta può voler dire: ho capito. Oppure: niente paura, tutto va bene. Ma in quei minuti di notte scesi inattesi a spegnere i colori di una sera di settembre, il primo fischio, poi il secondo e tutti gli altri parevano piuttosto tanti punti di domanda, sospesi nel vuoto, abbarbicati alle eriche.

Le marmotte restarono immobili in attesa di una qualche risposta. Anche quelle che erano già nella tana, si affacciarono all’apertura delle piccole caverne ricavate a fatica sotto le pietre di granito… Ma non videro niente. Era buio totale. E non udirono nulla, se non l’eco dei loro fischi.
Come trascinate dall’istinto si cercarono l’una con l’altra. Le zampette si muovevano, nella notte cupa, su sentieri conosciuti. Ma procedevano con timore, finché tutte si ritrovarono presso il ruscello che scorreva muto tra i sassi e gli arbusti.
Si strinsero impaurite affondando le zampe nelle morbide e rassicuranti pellicce delle amiche vicine e piantando le unghie nella sottile corteccia del pino mugo.
“Non è la notte, questa. È davvero la fine”, disse una. E non ce ne fu un’altra che, lì per lì ebbe l’animo di contraddirla.
Le marmotte passano per animali paurosi. Fischiano perché hanno paura, dicono di loro. Fuggono via rapide come i conigli selvatici. Si nascondono sotto terra come gli struzzi. Ma è quel po’ di paura che consente loro di vivere, di sfuggire agli artigli della lince e agli occhi del falco. Però in quella notte non c’era niente di cui aver paura… Solo il buio. Nero come l’inchiostro, indelebile come il petrolio. Neppure una piccola traccia di luce. Un minimo raggio, una scintilla…
Tremavano, e non certo per il freddo. Non fischiavano nemmeno più. Per avvisare chi? Erano tutte lì, strette strette… Una cominciò a piangere, l’altra scosse la testa, tutte si irrigidirono e non sapevano che fare. Una notte così buia non l’avevano mai vista.
D’un tratto Bigia si staccò dal gruppo e si fece coraggio. “La luce c’è di sicuro da qualche parte…”
“Non è la notte, questa. È davvero la fine”, ripeteva quella di prima.
“La luce c’è di sicuro da qualche parte…”, insisteva la piccola Bigia: “Vado a cercarla”.
E nel silenzio delle altre partì di buona lena, scavalcò pietre, si aggrappò a ciuffi d’erba, piantò le zampe nella terra umida. Guadò il torrente e si inerpicò sulle nevi, bene attenta a distinguere, al tatto, la neve dalle insidie del ghiaccio. Non si voltò mai indietro. A guardare che cosa, del resto… Il suo piccolo cuore batteva veloce, dandole così il ritmo e la sensazione della salita. Lassù tutto si vede, pensava, tra sé.
Camminò per lunghi minuti, forse per ore, finché si trovò sulla cima. Anche il vento era zitto. Guardò in direzione del tramonto… fu allora che scorse qualcosa che stava segnando la notte più buia. La scosse un brivido. Bigia non ne fu sicura, ma laggiù, dove ogni sera avveniva il tramonto, le parve di vedere due uccelli dalle piume d’argento urlare come bestie ferite prima di schiantarsi sulla parete luccicante delle due torri.
Udì il tuono, dopo il fulmine; e i lamenti. Poi nulla. E ancora buio. “È la fine”, fu tentata di pensare.
S’alzarono rabbiose altre aquile di metallo. Vide nuovi fuochi, ma non facevano luce, soltanto rumore.
Chiuse gli occhi e pianse. “Ma allora…”
Poi sentì ansimare, più in basso. Erano loro, le sue sorelle. “Bigia, che cosa vedi?”
“Nulla”, rispose. Subito distolse lo sguardo dalla parte del tramonto. Col minuscolo cuore che batteva forte voltò il piccolo muso dalla parte dell’alba. Il primo raggio si infranse sulla sua ultima lacrima e brillò di luce.
Bigia sorrise alle amiche: “Non è la fine, è solo la notte”.
