11 settembre due anni dopo

Alto Adige – 13.9.2003

Ha cambiato il mondo ciò che è avvenuto l’11 settembre di due anni fa? Si è detto e ripetuto che nulla, dopo lo spettacolare crollo delle torri gemelle, sarebbe stato più come prima. Confermare in toto quest’affermazione significa in qualche modo fare onore agli attentatori che nella loro spietata furia suicida ed omicida avrebbero avviato una svolta a livello planetario, conquistandosi una pagina nei libri di storia. D’altra parte non si può certo dire che tutto sia rimasto come prima. In definitiva, comunque, nessuno può svelarci come sarebbe la situazione geopolitica oggi, se due anni fa quegli aerei avessero compiuto fino ai rispettivi scali il loro tranquillo volo di sempre.

Ciò che oggi merita di essere al centro della riflessione non è più l’atto terroristico in sé, ma sono le reazioni che esso ha suscitato nella potenza dell’Occidente che si è sentita accerchiata e vulnerabile, malgrado le cifre spropositate che nel corso dei decenni si sono investite in armamenti di carattere difensivo ed offensivo. Ci si era illusi di poter difendere il proprio benessere, la propria supremazia economica, il proprio sistema politico emarginando buona parte dell’umanità, imponendo il proprio modello di sviluppo, erigendo steccati, dotandosi di armi altamente sofisticate. Senza voler nel modo più assoluto attribuire meriti agli ideatori della strage di New York, si può però dire che quegli attentati hanno contribuito a mettere in crisi il sistema del “si vis pacem para bellum”, se vuoi la pace prepara la guerra. Già i vecchi pacifisti avevano parafrasato l’antico detto latino col buon senso dell’utopia: se vuoi la pace, prepara la pace. Al di là di ogni possibile ragionamento sulla necessità di dotarsi di eserciti e di cannoni, si tratta di una questione di mentalità politica, ovvero della capacità di guardare lontano, oltre il muro. L’Occidente, ripresosi dal colpo dell’11 settembre, si sta accorgendo che al di là delle proprie fortificazioni c’è una variegata umanità, inquietamente alla ricerca di un proprio ruolo? L’anziano pontefice di Roma, in questi ultimi giorni, si è lasciato andare ad una considerazione intrisa di amarezza quando ha detto che con le torri newyorkesi “sembrano essere crollate anche molte speranze di pace”. Lo sguardo va subito al conflitto infinito tra Israele e Palestina, dove gli spargimenti di sangue innocente sono all’ordine del giorno e dove sta prendendo forma concreta quel muro che per decenni è stato il simbolo delle divisioni politico-ideologiche nel bel mezzo del vecchio continente. Va all’Afghanistan, solo formalmente “liberato” dall’oscurantismo talebano o all’Iraq nel quale ormai si contano più morti nel cosiddetto “dopoguerra” che non durante l’ultimo conflitto. Va verso le decine di piccole grandi guerre che, pur senza clamore, insanguinano ancora il pianeta. Ma lo sguardo arriva fino in casa nostra, dove ogni immigrato è guardato con sospetto e persino il concetto di libertà religiosa è sottoposto alle limitazioni dettate da ragionamenti pseudorazionali, in realtà frutto di miopia e timore. “Troppo poco in questi anni – è la denuncia del papa – si è investito per difendere la pace. Si è preferita, invece, la via dello sviluppo degli interessi particolari profondendo ingenti ricchezze soprattutto per spese militari”.

Aver esautorato le Nazioni Unite, aver spaccato l’Europa tra amici degli Usa e “traditori”, aver non solo teorizzato ma anche messo in pratica la “guerra preventiva”, è stato un errore. Aver voluto giustificare tutto ciò sulla base degli attentati di due anni fa non è stato il modo migliore per rendere omaggio alla memoria di migliaia di vittime innocenti.

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