L’associazionismo italiano durante il fascismo

Alto Adige – 4.9.2003

Per capire come mai si possa parlare di una rinascita dell’associazionismo culturale italiano (e non solo) dopo il 1945, è necessario ripercorrere in breve gli anni della dittatura, con il suo monopolio culturale e le sue proposte totalizzanti. Una ricostruzione storica in tal senso, contenuta in un apposito volume della collana “Tracce”, si pone a premessa dell’evento “Culturali”, che a partire dal 9 settembre proporrà a Bolzano un’esposizione, delle pubblicazioni e un video, il tutto dedicato all’associazionismo culturale altoatesino relativo al periodo che va dal 1945 alla fine del secolo breve.

Dopo la parentesi della Grande Guerra l’Alto Adige si ritrova sotto la sovranità del regno d’Italia. Si aprono scuole italiane, nascono associazioni. La cultura, in un certo senso, esce dalla quasi clandestinità del periodo precedente. Ma la libertà associativa ha vita breve e la cultura italiana cade nel grande equivoco: essa, in base ai programmi di Tolomei e del regime, dovrà essere strumento non tanto di promozione e di crescita, quanto di snazionalizzazione. strumento ideologico di oppressione nelle mani di un regime totalitario.

Come in tutto il Paese viene perseguita la libera stampa e vengono chiusi circoli e associazioni nel caso essi siano invisi al regime. Viene disciplinata con severità l’apertura di ogni nuova associazione, si sciolgono i circoli operai, la cui attività viene inglobata dall’“Opera Nazionale Dopolavoro” (OND), fondata nel maggio 1925: le sue attività vanno dall’istruzione professionale all’educazione fisica, all’educazione artistica, all’assistenza sanitaria, sociale, ed economica.

Diretta emanazione del regime fascista è l’“Istituto Fascista di Cultura”, la cui attività (“organicamente intensa e sempre fedele alle direttive tracciate dalle superiori gerarchie”) consiste nell’organizzare conferenze, gite didattiche, spettacoli e concerti nei vari centri altoatesini.

L’unica associazione tollerata e, in un certo senso, fagocitata dal regime è la società Dante Alighieri che, uscita in Alto Adige dalla clandestinità dell’anteguerra, già nei primi anni ’20 apre comitati a Bolzano, Merano, Bressanone, Ortisei e Brunico, continuando nella sua opera statutaria di diffusione della cultura italiana.

Ad occuparsi della gioventù nel 1926 viene creata l’“Opera Nazionale Balilla” (ONB), che inquadra i ragazzi dai 6 ai 21 anni. L’impostazione totalitaria data dal regime all’educazione dei giovani non tarda a provocare conflitti anche aspri con la Chiesa cattolica che si vede minacciata in quello che considera uno dei terreni privilegiati della propria azione pastorale. Dal 1926 in poi la questione dell’autonomia educativa e culturale dell’Azione Cattolica tiene banco e, malgrado il concordato del 1929, la polemica spesso aspra si protrae negli anni ’30. Di fatto quella cattolica, sia pure con grossi limiti, rimane l’unica alternativa aggregativa e culturale al monopolio del regime. Ciò vale sia per il gruppo italiano che per quelli tedesco e ladino.

Ecco perché, a conflitto concluso, si assiste ad una voglia irrefrenabile di libera cultura.

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