Alto Adige – 25.8.2003
Dopo il tragico attentato di Bagdad che è costato la vita a decine di persone e, tra loro, al rappresentante dell’Onu De Mello, ci si chiede una volta di più il perché di questi assurdi atti di violenza. La domanda appare da un lato ingenua, ma dall’altro è destinata a restare senza risposta, poiché la violenza, per quanto possa avere una sua logica, segue sempre strade perverse e di fatto imprevedibili. Perché proprio l’Onu, che si era espressa contro la guerra e che ha cercato di mettere un freno alla fretta interventista anglo-americana?
Che le violenze quotidiane in Iraq non siano liquidabili semplicemente come episodi che riguardano l’ordine pubblico è sufficientemente evidente. Caduto Saddam, rimane aperta la questione dell’accesso alle risorse, nel caso specifico il territorio come tale, considerato strategico, e naturalmente il petrolio.
Non si tratta di un caso isolato. In questi stessi giorni un’altra crisi sembra aver trovato una soluzione. Dopo alcuni giorni di intense trattative tra gli inviati governativi della Liberia e i rappresentanti dei due movimenti ribelli che hanno combattuto e vinto contro Charles Taylor, l’ex presidente costretto all’esilio, sarebbe stata raggiunta un’intesa globale per la pacificazione del paese, stremato da anni di guerra civile.

Non petrolio, ma oro e diamanti starebbero dietro a quell’interminabile conflitto. Secondo l’Environmental Lawyers Association of Liberia e due altre organizzazioni non-governative liberiane per fermare la guerra sarebbe bastato bloccare l’estrazione di oro, diamanti ed il taglio del legname sul suolo liberiano. “Non si può ottenere la pacificazione in Liberia se non si dichiara fin da subito una moratoria su tutte le attività estrattive e di sfruttamento del legname del Paese almeno sino ad elezioni generali che portino a un governo in grado di controllare l’intero territorio nazionale”. La denuncia è delle Ong liberiane che ricordano come “le parti contendenti sino ad ora si siano finanziate in particolare con l’esportazione di legname e diamanti”. “E’ in questo contesto che chiediamo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, al Gruppo Internazionale di Contatto sulla Liberia, e ai mediatori dei negoziati di pace in Ghana, di riconoscere ufficialmente che i ricavati dello sfruttamento e commercializzazione delle risorse naturali della Liberia hanno gettato benzina sul conflitto e che sono un forte limite ad una soluzione pacifica della questione”, hanno scritto i membri della coalizione.
E’ paradossale che in questa situazione di contesa delle materie prime pregiate, ci siano centinaia di migliaia di persone in attesa di un misero tozzo di pane da parte degli aiuti umanitari internazionali.
Analoga nei contenuti è la denuncia dei missionari bolzanini p. Antonio e Benito Mazzucato, impegnati da anni a fianco del popolo dei pigmei del Congo, dove infuria un “conflitto etnico” da almeno quattro anni. “Il conflitto etnico tra i Lendu e gli Hema – spiegano citando F. Poglio – ha provocato in questi ultimi anni più di 50.000 vittime e decine di migliaia di sfollati. Le milizie in conflitto sono da sempre strumentalizzate dalle forze ribelli Tutsi ruandesi e ugandesi, che si contendono nella zona dell’Ituri e del Congo occidentale i ricchi giacimenti di oro e di diamanti, ma soprattutto di coltan (il nome deriva dall’unione di Colombite e Tantalio), preziosissima sabbia nera composta da una miscela di metalli, utilizzato per ottimizzare e regolare i flussi di corrente all’interno dei circuiti integrati. Tutta l’elettronica odierna si basa su componenti costruiti con il coltan: telefonini, telecamere, computer, Playstation ma anche qualunque apparato elettronico. E’ utilizzato dall’industria aerospaziale, per l’elettronica dei veicoli, dall’industria delle armi e delle telecomunicazioni. Inoltre l’ossido di tantalio aumenta la rifrangenza del vetro e viene pertanto utilizzato per le lenti fotografiche e negli apparecchi per la visione notturna”.
“Dove sono le industrie cui serve il coltan?”, si chiedono i fratelli Mazzucato. “Certo, non in Congo!”
Forse il coltan, il petrolio, l’oro, i diamanti ed il legname non c’entrano con l’attentato alla sede Onu di Bagdad. Certamente però c’entrano con la cultura della guerra che per prima ha ridotto le Nazioni Unite all’impotenza.