Vita Trentina – 10.8.2003
“Pericolo giallo”: l’inquietante espressione è attribuita all’imperatore tedesco Guglielmo II (intorno al 1900, “gelbe Gefahr”), ed è subito entrata nel lessico delle varie lingue dei popoli europei (“yellow peril”), portati dalla propaganda a temere il potere soverchiante della Cina e del Giappone. I razzismi di fine ‘800 e del ‘900 sono spesso legati a questioni di potere economico. Così nei primi decenni del secolo breve qualcuno ricordava che “come alcuni anni or sono si trepidava tanto, nelle disquisizioni economiche, per la concorrenza americana, … oggi si parla tanto di pericolo giallo”. Chissà perché quella americana è solo “concorrenza” mentre quella asiatica diventa “pericolo” e per giunta “giallo”.

Dei popoli dell’estremo oriente si temeva anche la potenza militare, soprattutto dopo la sconfitta della Russia nella guerra russo-nipponica del 1905. Di natura economica invece fu certo antisemitismo: dopo l’apertura dei ghetti nel corso dell’800, la concorrenza dei commercianti e degli imprenditori (o dei medici, dei professori…) ebrei fece gridare più d’uno al “pericolo ebraico” con un’unica soluzione: riportare gli ebrei nei loro ghetti. Alla “soluzione finale” ci si sarebbe arrivati di lì a poco.
Il colore, per il razzista, è una vera ossessione. È emblematica l’espressione “i cinesi sono tutti uguali”, oppure “è impossibile distinguere un nero dall’altro”. Quando non si conoscono le persone balzano subito agli occhi le vere o presunte differenze tra “noi” e gli “altri” e agli “altri” invece si nega, per non si sa bene quale automatismo mentale, di avere dei caratteri distintivi, di essere persone, individui. Il pregiudizio come tale è una scorciatoia del pensiero, è il modo di comportarsi di una mente pigra: ce lo spiegano gli psicologi. I colori offrono al pigro razzista un ottimo pretesto per smettere di riflettere.
A pensarci bene viene quasi spontaneo attribuire a chi riteniamo estraneo o addirittura alieno un colore della pelle diverso dal nostro. Basti pensare ai classici marziani, dalle forme antropomorfe, ma dall’immancabile colore verde o tutt’al più grigio.
Tirando le somme: ciò che è bianco è buono, ciò che è di altro colore è cattivo. Un’impostazione che si ritrova spesso proprio nella letteratura o nella cinematografia fantascientifica. In uno dei primi romanzi di fantascienza (1918) la candida eroina era insidiata da un uomo di razza inferiore e spregevole perché di pelle blu. In un altro romanzo del 1930 si parla di una bella principessa tutta verde la quale si riscatta solo nel momento che cambierà colore.
Ma i cattivi per eccellenza rimangono pur sempre i “musi gialli”. Nel racconto “Armageddon 2419 A.D.” del 1928 (di Philip Francis Nowlan), l’America è invasa e conquistata dai malefici asiatici affetti d’itterizia. Molta letteratura americana degli anni ’30 ripropone il tema fino a che, con la Seconda guerra mondiale, lo scontro militare tra “bianchi” e “gialli” non ci sarà davvero.
Il pericolo “giallo”, l’uomo “nero”, il “pellerossa”: stereotipi che ogni tanto riemergono come a confermare la miopia dell’unica variopinta razza umana. Come se il colore potesse aggiungere o togliere qualcosa alla persona. Come se l’aspirazione ultima dell’umanità fosse di vivere in un mondo così bianco “che più bianco non si può”.