Alto Adige – 23.7.2003
Non è solo l’acqua a scarseggiare in questa torrida estate. Tra gli aspetti più inquietanti che caratterizzano questi mesi c’è il continuo emergere della poca verità nelle dichiarazioni che hanno portato all’ultima guerra contro l’Iraq. La notizia dell’imminente disponibilità da parte di Saddam di armi nucleari, partita in qualche modo da Roma, si è rivelata una bufala. I rapporti britannici sulle armi letali irachene appaiono gonfiati e mettono in seria crisi il leader britannico, al di là della tragedia personale dello scienziato David Kelly, morto suicida. Delle armi di distruzione di massa, malgrado le dichiarazioni di Tony Blair (“le troveremo”), non c’è ancora alcuna traccia. La voglia, da parte del popolo iracheno, di essere liberato dalle truppe “alleate”, è smentita giorno per giorno dalle aggressioni guerrigliere della resistenza interna. La democrazia portata a suon di bombe, infine, stenta a decollare.
Che la guerra (e certa politica) non sia il regno della verità è cosa nota fin dalla notte dei tempi, almeno da quando Ulisse si introdusse nella città di Troia nel ventre di un menzognero cavallo di legno. Si raccontano bugie per creare il “casus belli” di fronte all’opinione pubblica, se ne fanno circolare altre per ingannare i generali avversari, per spaventare il nemico e per galvanizzare le proprie truppe. Il giornalista Claudio Fracassi ha ricostruito recentemente il quadro delle “Bugie di guerra” (“L’informazione come arma strategica”, ed. Mursia) e l’intreccio tra strategie militari e manipolazione dell’opinione pubblica. Un quadro in cui la memoria e la verità storica escono alquanto malconce. Era stato già George Orwell ad affermare che “chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato”.

Le motivazioni che spingono ad un’avventura bellica sono per lo più basate su elementi che poco hanno a che fare con quanto viene comunicato ai propri elettori. La “politica dell’informazione”, fatta appunto di censure e bugie, è volta a convincere il pubblico della assoluta necessità della guerra. L’11 settembre è stata un’occasione ghiotta in tal senso. Per questo, prima di salpare alla volta del Golfo, si è fatto di tutto per legare Saddam Hussein ad Osama Bin Laden, suscitando l’idea che il primo fosse in qualche modo responsabile dell’attentato alle Torri gemelle. Si disse poi che Saddam aveva cacciato nel 1998 gli ispettori dell’Onu, quando essi erano stati “invitati” ad andarsene dagli Usa in vista dell’annunciato bombardamento. Si raccontò che Saddam avrebbe avuto la bomba atomica “quanto prima”, quando anche secondo le informazioni della Cia ciò sarebbe potuto avvenire non prima di cinque anni. Furono fatte circolare le false lettere comprovanti un commercio di uranio fra Iraq e Niger. Infine si ripiegò sull’affermazione secondo cui Saddam possedeva un pericoloso arsenale di armi chimiche e batteriologiche, mai trovate dagli ispettori dell’Onu, ma descritte in corposi dossier fatti, peraltro, in fretta e furia con ritagli di giornale e capitoli di tesi di laurea.
Nel corso del conflitto le notizie false non si contano: dal presunto incendio di pozzi petroliferi, all’attacco contro Kuwait City con i micidiali missili Scud, alla rivolta di Bassora, alla presa di questa o quella città, alla resa di un’intera divisione irachena, alle esecuzioni sommarie di prigionieri inglesi, alla spettacolare liberazione del soldato Jessica.
In questi casi la stampa funge da cassa di risonanza oppure, almeno dal Vietnam in poi, da pietra d’inciampo. La presenza sul campo, soprattutto a Bagdad, di numerosi giornalisti di tutto il mondo non ha reso certamente facile il lavoro della fabbrica delle bugie. Emblematico di questo rapporto controverso il misterioso colpo di cannone contro l’hotel Palestine che provocò due vittime innocenti.
La propaganda di guerra fiorisce sulle semplificazioni, spesso a sfondo etnico e nazionalistico, e sulla divisione manichea del mondo in buoni e cattivi. Ma si basa anche sulla sollecitazione dei sentimenti più sdolcinati, come nel caso della prima guerra del Golfo. Di quella guerra, durante la quale si videro molte luci nel cielo di Bagdad, ma nessuna goccia di sangue, tutti ricordano il povero cormorano intriso di petrolio agonizzante sulla riva del mare. Non tutti sanno, benché la cosa sia da tempo svelata, che si trattò di un falso: un’immagine di repertorio. Per l’appunto: chi controlla il passato controlla il futuro, e chi controlla il presente controlla il passato.