Alto Adige – 10.7.2003
Se c’è una qualche utilità nelle polemiche estive esplose tra Germania ed Italia in seguito alle imprudenti affermazioni dei nostri rappresentanti politici, essa sta nel fatto che è venuto al pettine uno dei nodi tuttora irrisolti del progetto-Europa. In altri termini risulta evidente che un’Europa della sola economia non può funzionare e rischia in ogni momento di scivolare sulla prima, tragicomica, buccia di banana.
Si è discusso abbondantemente, nei mesi scorsi, della necessità che i paesi dell’Unione esprimano una politica estera comune. La guerra in Iraq, oltre ad essersi ispirata a motivazioni le quali ancora la maggior parte dei cittadini non comprendono, ha rischiato di dare una mazzata molto dolorosa a quest’aspirazione. In quell’occasione proprio le ripercussioni economiche delle mancate scelte unitarie si sono insinuate come un cuneo nei rapporti tra i principali paesi del vecchio continente. Non solo perché la guerra aveva i suoi evidenti risvolti commerciali, oltre che strategico-militari. Ma si è arrivati al punto, da parte americana, di minacciare i paesi “traditori”, in particolare Francia e Germania, di vere e proprie sanzioni economiche unilaterali. È così che si spacca l’Europa.

Di fronte alla tragedia di una guerra, le affermazioni sui kapo dei lager o sui turisti germanici non sono che episodi piccini e insignificanti. Ma sono pur sempre il segnale della mancanza di un sentire comune che porta subito al malinteso, all’irrigidimento, allo stallo diplomatico. Di più: sono indice della mancanza di consapevolezza rispetto al fatto che l’Europa è fatta di tanti popoli diversi, con la loro storia, con la loro sensibilità ed anche suscettibilità. Chi conosce almeno un paese oltre al proprio sa benissimo, ad esempio, che ciò che da una parte è ritenuto ironico, dall’altra può suonare offensivo o semplicemente stupido.
Alle frasi scomposte del sottosegretario Stefani qual è stata la reazione più diffusa in Italia? Ancora una volta la preoccupazione economica: bisogna chiedere scusa ai tedeschi perché il turismo, senza di loro, perderebbe una notevole fetta di entrate. Quindi il sottosegretario non l’ha “fatta grossa” perché ha compiuto delle grossolane generalizzazioni, ma perché ha messo un’ipoteca su di settore economico per noi determinante.
In definitiva ciò che ancora manca, e non basterà la costituzione europea ad introdurlo “per legge”, è quel grado di cultura che metta i cittadini europei in condizione di comunicare tra loro. Al di là di ogni giudizio di opportunità, le affermazioni antitedesche degli ultimi giorni sono segno di un provincialismo culturale sul quale sarà ben difficile costruire un futuro comune. Non basta fare l’elenco dei monumenti e dei musei per affermare che quello italiano è un popolo acculturato. Il grado di cultura è elevato in tanto in quanto sia presente la capacità (i mezzi) di apprezzare le altre culture e di comunicare con loro.