Alto Adige – 2.6.2003
A giudicare dalla data, il 2 giugno, qualcuno potrebbe scambiarla per una commemorazione. Il ricordo di quel secondo giorno di giugno del 1946 quando gli italiani scelsero, con una maggioranza non larghissima, in occasione di un referendum istituzionale, di dare il benservito alla monarchia e di inaugurare lo stato repubblicano.
Fosse solo il ricordo di quell’evento sarebbe, tutto sommato, ben poca cosa. Si tratta piuttosto di un appello che non ha necessariamente a che fare con la forma istituzionale di uno stato. È il ribadire che le istituzioni sono “cosa pubblica” (res publica) e non “cosa privata”. È evidente l’attualità di questa semplice (e quasi banale) idea, in un momento in cui più d’uno ha la tendenza a piegare ai propri interessi privati gli organi costituzionali, i poteri dello stato e la politica tout court.

Quindi più che della Repubblica come tale, la festa del 2 giugno è da intendersi come festa della Costituzione repubblicana. È curioso notare che in precedenza proprio nei primi giorni di giugno si celebrava la festa dello Statuto, ovvero della prima Costituzione del regno d’Italia, concessa da re Carlo Alberto nel 1848 ai sudditi dell’allora regno di Piemonte e poi progressivamente svuotata nei contenuti dalla dittatura fascista. In questo c’è una certa continuità. È la Costituzione che sancisce diritti e doveri dei cittadini. Elenca i principi fondamentali e gli obiettivi dello stato e poi determina gli strumenti perché essi possano trovare attuazione. È proprio sulla congruità dei mezzi atti a dare concretezza ai principi che rischia di arenarsi in questi giorni il progetto di Costituzione europea. Essa, stando alle bozze, elenca una serie di principi e di obiettivi comuni agli stati membri, ma poi – questa è la critica ad esempio di Romano Prodi – non sa (o non vuole) darsi procedure adeguate ad una loro effettiva attuazione. Sarebbero gli stessi stati europei, gelosi della propria autonomia decisionale, ad opporsi alle norme che potrebbero dare all’Europa velocità ed efficacia nelle decisioni, ovvero autorevolezza nei confronti dei suoi partner a livello planetario. Anche in questo caso è da chiedersi se l’Unione debba essere considerata “cosa pubblica” oppure “cosa privata”, utile solo in base agli interessi “privati” dei singoli stati (ed in particolare di quelli più forti).
Non basta affermare che l’Europa (secondo la bozza della nuova Costituzione) “contribuisce alla pace, alla sicurezza, allo sviluppo sostenibile della Terra, alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli, al commercio libero ed equo, all’eliminazione della povertà e alla tutela dei diritti umani, in particolare dei diritti dei minori, nonché alla rigorosa osservanza e allo sviluppo del diritto internazionale…” Bisogna che poi tali obiettivi siano (sempre secondo la bozza) “perseguiti con i mezzi appropriati”.
Se c’è qualcosa che oggi il mondo si attende dall’Europa e dagli stati che la compongono è proprio questo: un segnale nel senso dell’andare oltre agli interessi individuali o di gruppo, pur nel rispetto della dignità di ogni singolo cittadino (non solo europeo, ovviamente).
Potrebbero essere questi i contenuti della festa del due giugno: una festa della “cosa pubblica”, la festa del bene comune al di sopra del bene privato (non che il privato sia un male, ma si colloca su di un altro piano).