Politica e/o economia?

Alto Adige – 15.5.2003

L’ultima querelle in salsa altoatesina, che vede contrapposti la dirigenza dei cappelli piumati ai promotori pubblicitari del turismo e dell’economia locale, non è solo una polemica oziosa (in parte sicuramente lo è). Il tema è ricorrente e sarebbe miope negare non solo che certe scelte politiche, e anche semplicemente amministrative, hanno delle ricadute sull’economia, ma pure che le strategie economiche e pubblicitarie hanno i loro risvolti sulla politica e persino sulla quotidianità della convivenza civile.

Gli esempi non mancano. Basti pensare al Sudtirolo agricolo e alberghiero di inizio ‘900 che vedeva come fumo negli occhi gli insediamenti industriali non tanto perché essi favorivano l’immigrazione da altre zone del Paese, ma soprattutto perché vi si vedeva un danno all’immagine turistica dei luoghi di cura. A Merano, nell’estate del 1922, il Comune, pressato dai fascisti, sosteneva di essere ben lieto di introdurre per le strade, come richiesto, una denominazione bilingue, ma non avrebbe voluto essere il primo a farlo, per non stuzzicare la suscettibilità dei circoli nazionalistici di oltre Brennero con gravi danni all’economia della città. Un altro esempio macroscopico di collateralismo tra politica ed economia è, si sa, la creazione della zona industriale di Bolzano, voluta essenzialmente per alterare l’equilibrio numerico tra i gruppi linguistici del capoluogo per il tramite di grossi investimenti finanziari basati sullo sfruttamento delle locali fonti di energia.

L’economia è dunque spesso un alibi per scelte politiche più o meno discutibili. Non si parla qui di politica economica, ma di politica tout court.

Sarà dunque pur vero, come si è detto, che gli Schützen “di economia non capiscono niente” e allo stesso modo qualcuno potrebbe affermare che le aziende di promozione turistica non comprendono nulla di politica (etnica). Pur senza condividere le opinioni espresse, né i toni e nemmeno i contenuti della polemica, non va dimenticato mai che non è l’economia a dover dettare le regole alla politica. È piuttosto la politica a doversi assumere la responsabilità delle scelte, quando esse sono fatte nel nome del bene di tutti.

L’attuale discussione riguarda gli slogan e le parole con le quali si vuole suscitare interesse per l’Alto Adige in Italia e all’estero. Senza entrare nel merito della questione (le parti si sono già espresse) è fuori dubbio che queste cose sono strettamente legate all’immagine che una comunità variegata come quella altoatesina vuole dare di sé al di là dei propri confini. I nomi usati non sono indifferenti. Ad esempio si incaricano di informare un pubblico lontano rispetto alla monoculturalità o alla multiculturalità di una regione. Le formule concrete possono ovviamente variare e qui si esprimano i professionisti, ma l’immagine trasmessa non possono inventarsela i pubblicitari: essa, sarebbe bello, dovrebbe essere un’immagine il più possibile condivisa dalla popolazione locale e interpretata dai suoi rappresentanti.

Tutto ciò riguarda non solo il marchio che appare sui depliants o sui cartoni del latte, ma anche, tanto per dirne una, i cartelli stradali. A qualcuno ha dato fastidio, mesi fa, che ai valichi di frontiera si leggesse la scritta “Italia – Italien” (o viceversa, cambia ben poco). Eppure quel semplice cartello starebbe a comunicare, se bilingue, che il Belpaese è uno Stato che tra i suoi valori di fondo (art. 6 della Costituzione) ha il rispetto delle minoranze. Da un cartello monolingue questo particolare non secondario non si evince affatto.

In definitiva, sempre senza entrare nel caso specifico, va ricordato che i politici che non capiscono nulla di economia possono fare gravi danni sul versante economico, come gli operatori economici che trascurano gli effetti politici possono incidere negativamente sui presupposti della convivenza civile. Senza voler accennare al fatto che ci sono anche dei “politici” (magari mascherati da operatori culturali) che non capiscono nulla di politica…

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