Storia dell’Adige da Merano a San Michele

Alto Adige – 26.4.2003

Ha raccolto documentazione per vent’anni: verbali, carte geografiche, progetti impacchettati in fascicoli pieni di polvere. Kurt Werth, perito agrario nativo dell’Oltradige, alla fine ce l’ha fatta a ricostruire la “Storia dell’Adige da Merano a San Michele”. È questo il titolo (“Geschichte der Etsch zwischen Meran und San Michele”, pubblicato in lingua tedesca dalle edizioni Tappeiner di Lana) di un poderoso volume, da poco in libreria, dedicato al fiume che è stato insieme, nel corso dei secoli, delizia e terrore degli abitanti del fondovalle.

Tutto cominciò, per Werth, nel 1972. Nel vedere la sua nuova casa ad Egna, suo padre gli aveva chiesto per prima cosa: “Questa casa, quanto è sicura dalle inondazioni?”

Se il popolo della valle, soprattutto a sud di Bolzano, è da sempre abituato a convivere con le bizze del fiume, esso, nel tempo, ha anche imparato ad imbrigliarlo. Un’opera mai definitiva, come confermano le alluvioni degli ultimi anni, tra cui spicca per intensità quella del 1981. Per capire quanto è stato fatto nell’ultimo secolo e mezzo basta confrontare le carte del cosiddetto “piano Novack” del 1802 con le corrispondenti immagini aeree della valle a partire da Merano. L’Adige in molti punti è del tutto irriconoscibile: decine di rami, ruscelletti, laghetti e paludi, anziché un letto unico, dritto e coerente, all’apparenza, come lo si conosce oggi.

La storia dell’Adige va di pari passo con quella dell’agricoltura del fondovalle. I campi oggi più ricchi furono strappati alla palude in tempi relativamente recenti. Là dove dominavano le rane ora sorgono filari di meli o addirittura insediamenti urbani, come è il caso di Sinigo, frazione meranese nata dalla bonifica di fine anni ’20.

Ma l’impulso maggiore ai lavori di irregimentazione del fiume e di bonifica del fondovalle sono determinati dall’avvento della ferrovia nella seconda metà dell’800, che tra l’altro sottrae all’Adige il ruolo di via di trasporto, essendo navigabile e navigato fino alle porte di Bolzano.

Il libro di Werth non segue l’intero corso del fiume, ma si limita alla parte che egli ritiene più significativa in rapporto ai vari aspetti esaminati. Esclude dunque la val Venosta, che è la culla del fiume, ed il tratto a sud di San Michele. Contiene la successione cronologica degli eventi principali, gli schizzi biografici di personalità coinvolte nella storia dell’Adige, piante e fotografie, considerazioni sul futuro.

Per chi non conoscesse a sufficienza la lingua tedesca il volume merita se non altro per il ricchissimo apparato di immagini.

Il nome

L’importanza del fiume per le popolazioni che hanno abitato il territorio a sud del Brennero lungo la storia è evidente anche per il fatto che esso è sempre entrato nella toponomastica locale. Il Tirolo meridionale era detto “Terra all’Adige”, il rispettivo distretto “Circolo all’Adige”. I francesi, ad inizio ‘800, fecero riferimento al fiume per dare un nome al dipartimento dell’Alto Adige, nome poi ripreso ad inizio ‘900 e tuttora usato per designare la provincia di Bolzano.

“Adige” deriva dal latino “Athesis”, parola vecchia di almeno due millenni (usata da Plinio, Virgilio e Livio). Da Athesis anche il nome tedesco “Etsch”, affermatosi a partire dagli ultimi secoli del primo millennio nella forma “Etisa”.

Curiosità

La prima inondazione dell’Adige documentata è quella del 585. Lo storico Paolo Diacono parla di gravi esondazioni del fiume presso Verona. Se ne deducono danni anche per il Tirolo. Le successive catastrofi documentate risalgono agli anni 868 e 886.

Le ultime inondazioni di una certa entità sono quelle del 1981 (tra Laghetti e Salorno) e del 1987 (presso Bolzano). La scorsa estate (2002) si è temuto più volte il peggio: Werth ha rischiato di dover aggiungere in extremis un capitolo al suo libro.

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