Alto Adige – 18.4.2003
Aprirsi al cambiamento, assumersi le proprie responsabilità, costruire la pace nel rispetto delle diverse sensibilità. Se esattamente dieci anni fa (20 aprile 1993) non fosse stato stroncato dal cancro, don Tonino Bello ripeterebbe oggi queste stesse parole. Don Tonino, così si faceva chiamare (“per eliminare le distanze”) anche dopo essere diventato vescovo di Molfetta, è stato un uomo sulla strada, capace di incontrare la gente semplice, normale. Non solo nella sua piccola diocesi pugliese, ma anche qui tra i nostri monti, dove il suo nome, malgrado il tempo passato, risuona ancora.
“Il dono che vorrei fosse richiesto da tutti quanti noi è il dono della fantasia, che è il dono dell’estro, il dono del rinnovamento, il dono della preveggenza, il dono della giovinezza, il dono della freschezza interiore, il dono della spiritualità rutilante, capace di rinnovare le cose”. Diceva così, quasi a voler combattere il grigiore circostante e ripeteva: “Cambiare è possibile. Per tutti”.
Aveva spiegato come si coniugano fede e politica: non all’insegna del potere ma nel nome del servizio: “La vera carità politica analizza in profondità le situazioni di malessere, apporta rimedi sostanziali sottratti alla fosforescenza del precariato, non fa delle sofferenze della gente l’occasione per gestire i bisogni a scopo strumentale di lucro o di potere, e paga di persona il prezzo salato di una solidarietà che diventa passione per l’uomo”.

Sognava la “chiesa del grembiule”, concetto quanto mai attuale in questi giorni di Pasqua, ed invitava a rifuggire la delega: “Noi qualche volta deleghiamo gli altri perché vadano a fare la carità. Invece che lavare i piedi del mondo, stipendiamo dei lavapiedi, perché vadano a fare il servizio nelle retrovie”.
Non so come avrebbe reagito, don Tonino, alla tragica immagine del crollo delle due torri di New York ed alla spirale di violenza che ne è scaturita e che ci ha immesso in una nuova epoca. Probabilmente avrebbe ribadito che “fino a quando i tre quarti dell’umanità si trovano in situazione di bisogno e soltanto un quarto possiede quasi tutte le ricchezze della terra, la pace non ci sarà mai”.
Perché don Tonino, e ciò ce lo rende in queste settimane ancora più vicino, era l’uomo della pace. Per incarico dei vescovi italiani presiedeva il movimento di Pax Christi. Nel 1992, ormai fiaccato dalla malattia, si era unito ai cinquecento volontari che si erano recati con una marcia pacifica nella martoriata Sarajevo, nel pieno della guerra di Bosnia. “Siamo – disse – l’Onu dei poveri”. “A Sarajevo andremo a dire proprio questo: che con la violenza non si risolvono i conflitti tra i popoli…”
Una definizione che amava, di fronte al riesplodere delle conflittualità etniche in tutto il mondo, è quella di “convivialità delle differenze”: “Racchiude un po’ tutte le linee fondamentali dell’edificio della pace. Si parla di convivialità. Quindi viene superato il concetto di pace come semplice assenza di guerra. Viene superato anche il concetto di pace come semplice acquisizione di giustizia. Oltre che di convivialità si parla anche di differenze. E questo fa capire che la pace accetta, anzi valorizza, le diversità”.
Come tutti gli umili fu sbeffeggiato dai potenti di turno. In seguito al suo porsi dalla parte dei profughi albanesi l’allora ministro degli Interni elevò la seguente ironica e dissacrante invocazione: “A peste, fame et Bello, libera nos Domine…”
Aveva il coraggio dell’utopia, don Tonino, ma anche i piedi per terra: “La pace, prima che traguardo, è cammino. E per giunta, cammino in salita”.