La regione che verrà

Alto Adige – 16.4.2003

Difficile capire quanto il comune cittadino si senta coinvolto dalla querelle a proposito del futuro della regione Trentino Alto Adige. Ostruzionismi, espedienti procedurali, forzature del regolamento, ricorsi e controricorsi rappresentano certamente gli ingredienti fondamentali dell’attuale disaffezione alla politica. E quando i cittadini si allontanano dalla cosa pubblica è il momento in cui essa è più facilmente manovrata dagli interessi di parte, di gruppo e personali.

Detto questo è bene rimarcare che l’avvenire dell’istituto regionale non è affatto privo di interesse per la popolazione. La maggioranza in consiglio regionale ha fatto passare la sua linea che prevede la delega delle ultime funzioni amministrative della regione alle due province. È una scelta politica, ma non certo campata per aria. La delega è prevista esplicitamente dallo Statuto di autonomia che all’articolo 18 dice: “La regione esercita normalmente le funzioni amministrative delegandole alle province, ai comuni e ad altri enti locali o valendosi dei loro uffici”. Le stesse parole si trovano nello Statuto del 1948. Si tratta di quell’articolo 14 che, proprio per la sua mancata attuazione, condusse alla crisi della prima autonomia, alle tensioni tra Italia ed Austria, ai ricorsi all’Onu.

L’approvazione delle deleghe chiude dunque con un passato fatto di luci e di molte ombre, ma non prefigura, per la verità, un futuro dai contorni chiari. Rimangono infatti le posizioni pregiudizialmente diverse delle forze politiche e dei rappresentanti dei gruppi linguistici rispetto ad un ente, la regione, che alcuni ritengono illegittimo, altri vorrebbero non fosse mai nato, altri ancora considerano utile e necessario.

Non si tratta oggi, da parte delle due province di Trento e Bolzano, di dividersi le spoglie della regione. Sarebbe miope ingordigia. Non si tratta neppure di affrontare il problema semplicemente con pragmatismo. Lo si può e si deve affrontare elaborando un progetto politico-istituzionale, nel quale contino le idee e le prospettive a lungo termine, più che gli effimeri interessi di bottega.

Le radici della regione Trentino Alto Adige affondano in un passato lontano e chi non è del tutto a digiuno di storia non può non conoscere i profondi legami tra la provincia di Trento e quella di Bolzano. Legami fatti anche di tensioni, incomprensioni e scontri, certo. Un rapporto dialettico che esige chiarezza di posizioni.

Scrollandosi di dosso la zavorra amministrativa oggi la regione ha la mente e le mani libere per ripensare il suo ruolo. Il contesto, rispetto al 1948 ed al 1972, è cambiato. A livello nazionale, europeo e planetario è in atto un generalizzato ripensamento istituzionale. Sia pure in malo modo, cioè con poca organicità, si va adeguando passo passo la Costituzione italiana alle nuove esigenze. L’Unione europea, pur tra mille difficoltà, si attrezza anche sul piano costituzionale per proporsi come interlocutore autorevole tra regioni, stati e comunità internazionale. La recente crisi irachena ha messo in luce infine la necessità di riforma da parte delle organizzazioni mondiali, a partire dalla stessa Onu. In un simile scenario tutte le spinte disgregative sono un elemento nefasto. Ecco che la regione può proporsi come raccordo tra piccolo e grande, tra gli enti locali, lo stato e l’Europa. Di fronte a certa prepotenza delle province può farsi carico dei diritti dell’individuo e delle minoranze. Può rendersi garante di quel principio di sussidiarietà che sta alla base delle attuali deleghe alle province le quali, a loro volta, sono chiamate a dimostrare l’onestà e la serietà della loro posizione. Il già citato articolo 18 dello Statuto infatti non si limita a stabilire che la regione debba delegare alle province. Ha un secondo comma che dice: “Le province possono delegare alcune loro funzioni amministrative ai comuni o ad altri enti locali o avvalersi dei loro uffici”. Possono, non devono, ma è evidente che l’applicazione del principio di sussidiarietà, secondo il quale un ente “maggiore” non deve fare ciò che può meglio realizzare un ente “minore”, non può fermarsi a livello delle giunte provinciali. Ci sono i comuni, c’è la società civile e ci sono infine i cittadini. Ed è proprio il singolo cittadino (e non i pregiudizi etnico-ideologici) la misura ed il fine ultimo dell’azione delle istituzioni. La riforma della regione potrà non tenerne conto?

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