Storia della lingua e letteratura ladina

Paolo Valente – 13.4.3.2003

L’epoca dei nazionalismi, inaugurata almeno un secolo e mezzo fa, oltre che produrre un’infinità di conflitti più o meno sanguinosi, induce ancora oggi a ritenere che possano nei fatti esistere identità nazionali assolutamente pure. Quando ci si addentra a definire l’una o l’altra, cominciano i problemi e spesso si ricorre a simboli e date, la cui artificialità non tarda a manifestarsi all’osservatore onesto. Le prime vittime dell’ubriacatura nazionalistica sono state e sono le minoranze linguistiche e culturali che in realtà rappresentano una delle caratteristiche fondamentali della nascente Europa.

I ladini ne sanno qualcosa. L’evoluzione della loro lingua ed il sorgere di una loro letteratura è l’oggetto del volumetto appena pubblicato, in edizione aggiornata, dall’Istituto ladino “Micurà de Rü”. La “Breve storia della lingua e della letteratura ladina” è opera di Walter Belardi, professore emerito, già titolare di Glottologia all’Università “La Sapienza” di Roma, Dipartimento di studi glottoantropologici. Belardi, che è socio nazionale dell’Accademia Nazionale dei Lincei e corrispondente dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere, confessa da subito l’impossibilità di individuare un’identità ladina allo stato puro (del resto è possibile farlo per gli italiani, per i tedeschi, per i francesi?). Ciò che accomuna i ladini è in realtà principalmente la lingua la quale, per giunta, si articola in diverse parlate locali anche restando nella pur ristretta area del ladino dolomitico. Nessun problema: “Lingue lessicalmente pure o semplicemente pure, incontaminate da influssi alloglotti nel nostro mondo umano e nella storia di tale mondo non esistono e non sono mai esistite”. Anzi, afferma Belardi, proprio “il multiculturalismo e il multilinguismo sono diventati … due altre caratteristiche individuanti della ladinità…” Oggi nessun ladino, come è il caso del passato, è infatti monolingue. Gli abitanti delle valli dolomitiche sono tutti in grado di esprimersi almeno in un’altra delle lingue locali, l’italiano o il tedesco. I bambini della provincia di Bolzano in particolare frequentano scuole paritetiche, dove l’insegnamento di tutte le materie è impartito in italiano e in tedesco e dove il ladino è lingua usata nelle lezioni oltre che materia di insegnamento.

Oggi la ladinità ha la forma dell’arcipelago e non più quella del continente. In altri termini l’estensione della zona ladina è andata restringendosi nel corso dei secoli. Un tempo essa si estendeva con continuità dalla Svizzera al Friuli. Nella nostra regione fino a pochi secoli fa il ladino, affine a quello del cantone dei Grigioni, era parlato anche in val Venosta. La parlata dell’Anaunia ha caratteristiche ladine anche se oggi vi si praticano “dialetti ormai profondamente trentinizzati”.

I ladini sono stati strattonati dall’una e dall’altra parte. Da sempre sono stati divisi sul piano istituzionale. Anche oggi essi, rimanendo attorno all’area del Sella, si trovano distribuiti in due regioni, in tre province e in tre diocesi. Eppure la coscienza di una comune appartenenza non viene meno. La letteratura ladina è un fenomeno sempre più consistente ed articolato. Sono all’opera da tempo diversi studiosi nell’intento di elaborare una lingua standard comune, non perché essa possa essere imposta all’uso quotidiano della popolazione, ma in primo luogo per l’uso amministrativo. Il ladino infatti negli ultimi anni è stato riconosciuto come lingua ufficiale per gli atti pubblici, soprattutto nella provincia di Bolzano. Anche l’uso del ladino nella liturgia cattolica conquista pian piano lo spazio che, dopo il Concilio, spetta ad ogni lingua materna. Si predispongono messali, benedizionali, libri di preghiere e di canti, traduzioni dei Vangeli.

Non sono cessate le resistenze e le incomprensioni e, dice Walter Belardi, “per prima cosa ci si dovrebbe augurare che la già troppo lunga epoca dell’ingerenza dei potenti nella lingua e nella cultura degli altri meno potenti cessi definitivamente”. Anche perché la lingua e la cultura degli “altri”, quando non è una sterile fuga nel passato, può e deve essere patrimonio e arricchimento per tutti.

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