Alto Adige – 3.4.2003
È presto per tirare un bilancio dell’avventura bellica anglo-americana tra i fiumi di Babilonia anche se le cose, sul piano militare, sembrano volgere a favore degli eserciti occidentali e presto, ci si augura, i cannoni taceranno. Ma non è mai troppo presto per interrogarsi su quanto accade, con un occhio al passato ed uno al futuro. Il presente mette troppa angoscia ed è fatto di povera gente in fuga, di ragazzi in divisa catapultati in un mondo che non comprendono, di giornalisti messi a tacere dai carri armati e di ospedali stracolmi, laddove il confine tra reparti di degenza ed obitorio sono del tutto aleatori.
Il problema più semplice da risolvere, a tavolino, è quello del quale dibattono attualmente i vertici delle potenze che si apprestano ad occupare l’Iraq: come governare il paese sconfitto ed umiliato dopo l’uscita di scena di Saddam Hussein. È una questione di nomi, di equilibri e di ingegneria istituzionale d’emergenza.
La questione più complessa e delicata è quella di come si potrà evitare che la bomba innescata con la seconda guerra irachena scoppi, con i suoi tempi difficilmente calcolabili, nelle mani di un mondo privo di obiettivi condivisi.

Molte delle parole che sono state spese per giustificare l’intervento saranno dimenticate all’indomani della “vittoria”. Non si troveranno armi di distruzione di massa? Pazienza: non era questo l’obiettivo. Altrimenti si sarebbe potuto far lavorare con tranquillità gli ispettori dell’Onu che prima o poi avrebbero certificato senza spargimento di sangue la presenza o meno delle stesse. Non si porrà fine al terrorismo internazionale? Pazienza: non era questo l’obiettivo. La violenza indiscriminata, del resto, da che mondo è mondo, produce nuova violenza e malcontento senza sradicarne le cause. In Iraq potrà essere instaurata una democrazia solo di facciata, che durerà fintanto che saranno presenti le sentinelle di Bush? Pazienza: non era questo l’obiettivo, quanto quello di insediare un governo obbediente, disponibile e confacente agli interessi economico-strategici degli Usa nella zona.
Dopo l’ubriacatura informativa delle settimane di guerra e lo sgombero dell’hotel Palestine i riflettori sulla Mesopotamia si spegneranno e non se ne vorrà più sentir parlare. Del resto è questa la dinamica delle guerre lampo: un fulmine che sconvolge e scatena l’adrenalina e poi la quiete e l’oblio.
Ma un’altra guerra lampo, quella afgana, è di fatto ancora in corso. E quali conseguenze porterà la caduta di Saddam entro gli attuali confini iracheni? Il suo potere si fondava essenzialmente sul dominio di una minoranza “tribale” sul resto della popolazione. Come si gestiranno gli impeti di vendetta che si scateneranno tra le popolazioni curde del nord e sciite del sud? Come si terrà a freno la Turchia i cui interessi nazionali sembrano essere opposti a quelli delle ambizioni autonomistiche o indipendentiste degli attuali alleati curdi sul campo di battaglia?
E soprattutto: con quali parole si spiegherà o insegnerà agli iracheni la democrazia? Perché noi, Occidente, ci crediamo alla democrazia, ovvero alla capacità dei popoli di autoamministrarsi lavorando alla creazione del consenso per la realizzazione del bene comune… Oppure dimostriamo, nei fatti, che la nostra democrazia è una bella parola dietro la quale si celano gli interessi di chi ha già in mano le leve del potere? Sarebbe interessante spiegare ad un iracheno quanto, nelle nostre democrazie, i governanti debbano rispondere delle loro scelte al popolo e quanto alle lobbies dei finanziatori delle campagne elettorali. Se democrazia è consenso, sarebbe utile capire quanto ciò conti nei rapporti internazionali e quanto le grandi potenze credano oggi nei trattati internazionali (per l’ambiente, per il disarmo, per la giustizia…).
Il futuro, dimenticata questa guerra, ha essenzialmente due prospettive. La prima prevede un’etica dei rapporti a livello planetario secondo la quale i più potenti agiscono indipendentemente dalle regole per assicurare i propri interessi nazionali. È l’etica che produce, ad esempio, il mostro della guerra preventiva, ed è stata ampiamente teorizzata in questi anni e in queste settimane. Essa non si basa sul diritto ma sulle bombe, non ha di per sé nulla a che vedere con la democrazia, ma piuttosto con la legge del più forte.
La seconda prospettiva sconfina nell’utopia eppure è paradossalmente più coerente con tanti slogan e tante parole che sono risuonate ultimamente. È l’etica del bene comune. Essa forse non esclude del tutto, in casi eccezionali, l’uso della forza ma il suo obiettivo è dare un futuro migliore all’umanità intera e non ad un singolo popolo. Presuppone che ognuno, anche il più forte, debba sedersi intorno ad un tavolo per far valere le sue ragioni. Impone di valutare le conseguenze delle proprie azioni non solo in termini di consensi elettorali futuri. Costringe anche chi (proprio chi) si sente “paladino del bene” a mettersi nei panni altrui, conoscendone storia, cultura ed ambizioni. Di questo, e non di chi ha cacciato Saddam, si leggerà domani sui libri di storia.