40 anni fa la Pacem in Terris

Alto Adige – 2.4.2003

Per uno scherzo beffardo del destino il quarantesimo anniversario della storica enciclica “Pacem in Terris” cade nel bel mezzo di una guerra. Giovanni XXIII la pubblicò l’11 aprile del 1963. Di lì a pochi mesi il papa sarebbe morto e perciò il documento ha anche il carattere di un testamento spirituale la cui attualità, peraltro, è sotto gli occhi di tutti. In un momento in cui il vescovo di Roma, oggi, è considerato da ognuno una delle più alte autorità morali capaci di esprimere parole condivise in favore della pace nel mondo, non si può non ricordare come nel corso del secolo passato siano state proprio alcune espressioni dei pontefici a richiamare la coscienza dell’umanità ad una riflessione profonda sugli strumenti atti alla risoluzione dei conflitti internazionali. Fu Benedetto XV a definire la Grande Guera una “inutile strage”. E Pio XII ammoniva nell’agosto del 1939: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra”. Infine è di Giovanni Paolo II l’espressione secondo cui la guerra è una “avventura senza ritorno”.

Giovanni XXIII aveva conosciuto la prima e la Seconda guerra mondiale. Scriveva nel pieno della guerra fredda. Aveva visto sorgere, nel 1961, il muro di Berlino ed era intervenuto, nel 1962, per scongiurare le possibili tragiche conseguenze delle crisi di Cuba tra Usa e Urss.

Aveva rivolto il suo messaggio di pace dell’11 aprile 1963 non solo ai vescovi ed ai cattolici ma, cosa allora inedita, a tutti “gli uomini di buona volontà”. Aveva insistito sul fatto che la pace non è uno strumento nelle mani dei governanti, ma un diritto della persona umana, così come il diritto all’esistenza e ad un tenore di vita dignitoso, il diritto alla libertà di religione, i diritti politici, sociali ed economici, tra questi il diritto ad emigrare.

Aveva definito il “bene comune” come la “ragione d’essere dei poteri pubblici”. Non dunque l’interesse nazionale o la ragion di stato.

Aveva sott’occhio, già allora, gli enormi squilibri esistenti a livello planetario e scriveva: “Ci è pure doloroso costatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale”.

Giovanni XXIII pertanto auspicava come “obiettivo desideratissimo” il disarmo integrale che considerava “un obiettivo reclamato dalla ragione”. Infine indicava tra i “segni dei tempi” nientemeno che l’Onu, una delle vittime principali dell’attuale conflitto. Dice infatti la “Pacem in Terris”: “Auspichiamo che l’Organizzazione delle Nazioni Unite – nelle strutture e nei mezzi – si adegui sempre più alla vastità e nobiltà dei suoi compiti; e che arrivi il giorno nel quale i singoli esseri umani trovino in essa una tutela efficace in ordine ai diritti che scaturiscono immediatamente dalla loro dignità di persone; e che perciò sono diritti universali, inviolabili, inalienabili”.

A quarant’anni di distanza quel giorno è più vicino o più lontano? La risposta è sospesa nel vento. Vento di guerra.

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