Alto Adige – 23.3.2003
Ci sono differenze sostanziali tra la persecuzione di stampo razziale durante gli ultimi anni del fascismo italiano ed altre forme di discriminazione e di repressione esercitate dal regime nei confronti dei propri oppositori nel campo della politica. Spesso l’epilogo per le persone coinvolte fu lo stesso: internamento o deportazione, cosa che ha portato gli storici a considerare “tutti i deportati … tout court come vittime dell’impegno antifascista e la deportazione ebraica … come una componente, una ‘specificazione’ di quella politica”. La nuova auspicata evoluzione della storiografia in tal senso è trattata da Cinzia Villani nel suo contributo su “Le spoliazioni dei beni ebraici nell’Operationszone Alpenvorland”, pubblicato nell’ultimo volume di “Storia e Regione”. Una timida svolta nelle ricerche si ha alla fine degli anni ’80, in concomitanza con le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali del 1938, che introdussero una serie di norme tese a tutelare la “purezza della razza” e ad allontanare gli ebrei dalla vita pubblica, dalla proprietà, impedendo anche ogni rapporto di tipo familiare tra “ariani” e “non ariani”. Provvedimenti che oggi incontrano un’unanime condanna, ma che risalgono solo a pochi decenni fa. E diversi anni ci vollero perché si affrontasse in modo più sistematico anche la questione dei risarcimenti, facendo parziale giustizia della confisca di un’immensità di beni ai danni della popolazione ebraica.
La questione interessa in modo specifico la nostra regione. A Merano, a partire dalla seconda metà dell’800, gli ebrei erano diventati una componente importante del tessuto cittadino. Nel 1938 se ne erano censiti 909, di cui 754 stranieri e 155 cittadini italiani. A Bolzano gli ebrei in quegli anni erano una settantina ed altri nuclei vivevano sparsi in altre località della provincia.

Solo nel 1998 il Governo italiano ha insediato una “Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati”, presieduta da Tina Anselmi. La commissione ha lavorato per oltre due anni presentando infine un “Rapporto generale”.
Come spiega Cinzia Villani si possono individuare due periodi rispetto alla questione della spoliazione dei beni ebraici in Italia. Tra il 1938 ed il 1943 molti ebrei lasciarono la Penisola venendo depauperati in sede di dogana. Quelli che restarono scontarono le vessazioni economiche, riflesso delle discriminazioni razziali. Dopo il 1943 ad essi fu sottratto “legalmente” ogni bene: dal denaro ai beni immobili, dagli oggetti familiari alle suppellettili anche più insignificanti.
Anche a Bolzano nel 1939 il prefetto Mastromattei revocò la residenza agli ebrei stranieri obbligandoli ad abbandonare la provincia in poche ore. La situazione peggiorò sensibilmente dopo l’8 settembre 1943. A seguito dell’istituzione della Zona di operazioni Prealpi, il 16 settembre si ebbe una retata con l’arresto di 41 ebrei, soprattutto nella città del Passirio, e la prima deportazione avvenuta all’interno degli allora incerti confini italiani. “Un ruolo rilevante nella spoliazione dei beni degli ebrei residenti in Sudtirolo – spiega Cinzia Villani – venne svolto dal Sod, Sichercheits- und Ordnungsdienst/Servizio per l’Ordine e la Sicurezza, una formazione con compiti di polizia ausiliaria sorta clandestinamente già nell’agosto 1943. Furono esponenti del Sod meranese a compiere gli arresti dei pochi ebrei, per lo più anziani e malati, residenti in loco; alcuni di loro si impossessarono di beni mobili prelevati da abitazioni e negozi delle persone catturate”. In sostanza i beni ebraici finirono in parte nelle mani di privati che si ritennero autorizzati ad appropriarsene impunemente (e a trattenerli anche dopo la guerra), in parte finirono sotto il controllo delle autorità che decretarono la liquidazione del patrimonio ebraico, il blocco e poi la confisca dei depositi bancari. “I beni della locale Comunità israelitica furono danneggiati o sottoposti a saccheggi: dal tempio di Merano, dai locali della Comunità adibiti a ufficio e dalla cappella del cimitero ebraico di Bolzano vennero asportati oggetti sacri, arredi, mobili e serramenti”. Molti immobili furono trasformati in uffici per le autorità di occupazione ed alcune abitazioni messe a disposizione degli sfollati di guerra.
Dopo il conflitto solo poche decine di ebrei sopravvissuti fecero ritorno in Alto Adige. Un documento dell’immediato dopoguerra citato da Cinzia Villani descrive così la situazione meranese: “Misure ufficiali di carattere generale non sono state prese, per reintegrarli nel possesso delle loro cose. Quelli che hanno potuto ricuperare un po’ dei loro mobili o oggetti (…), lo hanno ottenuto in grazia a indagini e iniziative personali, o con l’appoggio saltuario di volonterosi funzionari di Ps o del Cln. Disposizioni generali e ufficiali per un risarcimento dei danni patiti non sono state date. I più colpiti sono naturalmente i meno abbienti: coloro il cui unico possesso si limitava a oggetti facilmente trafugabili, e ovviamente più difficilmente ricuperabili di quanto non possano essere beni stabili o mobilia”.
L’antisemitismo aveva radici profonde nelle regioni del vecchio Tirolo. Il nazifascismo trovò in tal senso terreno fertile e le discriminazioni apparvero a molti come un processo naturale e dovuto, al punto da considerare anche i beni ebraici come oggetti disposizione del più intraprendente. Dopo la guerra ogni parte, impegnata in delicate trattative diplomatiche, ebbe cura di rifarsi al più presto una verginità, dando di sé l’immagine della vittima delle dittature, piuttosto che quella di muto spettatore o addirittura di complice. Anche per questo il sacrificio degli ebrei fu presto idealizzato, cioè tolto dalla concretezza della quotidianità, senza che si sottoponessero ad indagine critica le responsabilità di singoli e di istituzioni in tutta la vicenda.