Il criterio dei nomi

Alto Adige – 22.3.2003

Come sempre si potrà dire che ci sono questioni più importanti del nome di un quartiere, di una piazza o di un monte. Ma l’esperienza insegna che è proprio a partire dall’accordo sulle cose spicciole che si costruisce un clima libero da posizioni pregiudiziali. Mignone, Rosenbach, Kaiserau, Casanova… La scelta del nome di un nuovo quartiere non sembra essere di poco conto. Quanti di questi casi esistono sul territorio provinciale? Si tratti di nomi di castelli, di zone artigianali, di nuove frazioni, di rifugi o di altro ancora, i casi in questione sono davvero centinaia. Strano che ogni gruppo si accorga del problema solo quando si sente colpito in quello che considera il suo patrimonio toponomastico. Forse è naturale che sia così. Naturale ma poco serio.

Storicamente la toponomastica è stata usata come arma. Il gruppo che nel momento poteva ritenersi più forte ha spesso tentato di imporre i propri nomi, facendo riferimento alla tradizione, alla storia e ad altro ancora. Nel 2003 si segue ancora questa logica? In tal caso sarebbe “normale” che un comune a maggioranza italiana imponga nomi solo italiani, una provincia a maggioranza tedesca solo nomi tedeschi (a castelli, strade forestali ecc.), un paese a maggioranza tedesca toponimi monolingui (alle vie, alle frazioni ecc.).

L’esperienza quotidiana dimostra in realtà che ciò che disturba non è la presenza di più nomi, ma semmai la loro assenza. Ciò che crea problemi alla maggioranza della popolazione non è il bilinguismo nelle scritte e sui cartelli, ma il monolinguismo. Così avviene sui sentieri di montagna, alle porte dei paesi (i cartelli di benvenuto), per le vie cittadine, sfogliando le carte geografiche. Insistere sul monolinguismo è atteggiamento tipico delle forze nazionalistiche ed etnocentriche e la cancellazione dei nomi è caratteristica, storicamente, delle dittature che vogliono, tramite i toponimi, dare una connotazione etnica ad un territorio.

Quella della toponomastica è tutt’altro che una questione senza via d’uscita a patto che (come sarebbe ovvio nell’Europa del ventunesimo secolo) la convivenza di diverse culture sia considerata un valore e non una fastidiosa (e transitoria) necessità. In tal caso basta applicare alcuni elementari criteri. Il primo: nessun nome va cancellato (salvo un evidente consenso da entrambe le parti). Il secondo: ogni nuova denominazione deve essere bilingue (o trilingue se c’è il nome ladino). Il terzo: una denominazione unica è possibile se in essa si riconoscono i diversi gruppi linguistici, cosa che può avvenire ad esempio nel caso di un nome “linguisticamente neutro”. Ogni forzatura che vada in una diversa direzione provoca tensioni inutili. Inoltre: sarà il gruppo maggioritario (anche politicamente), in primo luogo, che avrà la responsabilità di salvaguardare e rispettare la sensibilità di tutti.

L’Alto Adige non è maturo per questo? Le forze politiche che si apprestano ad elaborare i loro programmi per la prossima legislatura elaborino proposte in merito. Non sarebbe del tutto fuori luogo ipotizzare ad esempio l’istituzione di un’autorità garante (un “difensore della convivenza”) cui gli individui ed i gruppi possano rivolgersi nel caso si sentano prevaricati e ciò avvenga a danno della pacifica convivenza.

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