Religioni e comunicazione

Alto Adige – 20.3.2003

C’è da contare sul fatto che la nuova guerra irachena riproporrà con forza la questione del rapporto fra le principali religioni del pianeta, soprattutto fra l’islam ed il cristianesimo. Lo conferma l’esperienza degli ultimi anni. Dopo i tragici attentati dell’11 settembre, parallelamente alle chiusure e ai timori più o meno fondati, ci fu ovunque un’impennata di interesse nei confronti della cultura e della religione islamica. I trattati, gli opuscoli informativi, persino i libri sacri andarono a ruba. Che tutto ciò si sia poi concretizzato in una maggiore conoscenza reciproca è tutto da dimostrare. Ma è l’indice della connessione tra gli eventi in campo politico e diplomatico e le convinzioni religiose di grandi masse di popolazione.

Sarà difficile poter leggere oggi i nuovi eventi bellici in chiave di scontro tra civiltà o addirittura come una nuova crociata o una guerra fra religioni. Questo, paradossalmente, grazie alla per altri versi deprecabile frattura che si è determinata fra le nazioni dell’Occidente, più che non tra il mondo islamico e la cosiddetta “cristianità”. Gli schieramenti, visti sotto la lente delle appartenenze religiose, sono molto più trasversali di quanto non si potesse ipotizzare in un primo tempo. Ciononostante c’è da giurare che gli appelli al Padreterno si sprecheranno sia dall’una che dall’altra parte.

È anche per questo che il ruolo delle religioni nella presente fase dei rapporti tra potenze e nazioni ritorna prepotentemente di attualità. Sono per primi i rappresentanti del mondo “laico” a guardare con interesse al dialogo tra le diverse tradizioni e a conferire autorità morale ai rappresentanti religiosi. Eppure, al di là dei singoli personaggi, le comunità religiose si trovano oggi alquanto impreparate a giocare il loro ruolo. Esse tentennano tra la voglia di dialogo e le spinte alla tutela delle identità, laddove è ancora difficile trovare definizioni univoche e condivise su ciò che debba essere il dialogo e su ciò che rappresenta in ultima analisi la sostanza di un’identità. Il deficit è e rimane sul piano della conoscenza reciproca. La maggior parte di timori (“l’islamizzazione dell’Europa”, “la crociata contro l’islam”) è frutto della non conoscenza. Ognuno, soprattutto a livello di base, costruisce le proprie convinzioni sugli stereotipi e sui pregiudizi. La pratica del buon vicinato è ancora debole e la coscienza storica di un rapporto secolare o millenario tra le diverse tradizioni religiose è pressoché assente. Di conseguenza regnano la diffidenza e la paura.

Da più parti, negli ultimi anni e negli ultimi mesi, tra i cattolici ci si è chiesti se sia un dovere dei cristiani, e in che forma, annunciare il Vangelo ai musulmani che si stabiliscono in Italia. La domanda è legittima, ma richiede una risposta ponderata. Se l’obiettivo più o meno dichiarato è quello di rendere cristiani i musulmani è ovvio che si è rinunciato fin da subito alla via del dialogo che è rispetto per le diversità. Del resto lo stesso Vangelo impone sì ai seguaci di Cristo l’annuncio fino agli estremi confini della terra, ma riserva in un certo senso la “conversione” a chi cristiano lo è già. L’ostacolo maggiore non solo al dialogo interreligioso (che è condizione della pace mondiale), ma anche al cammino ecumenico tra le confessioni cristiane, è proprio una certa propensione al proselitismo, come avviene ad esempio nell’Est europeo.

Se le religioni possono dare un contributo in questa fase storica esso è proprio quello, molto laico, di incentivare la conoscenza, senza secondi fini. C’è già da tempo chi lavora in tal senso. Un piccolo recente esempio è un opuscolo di poche pagine, edito da Elledici, dal titolo “Il cristianesimo presentato ai musulmani”. L’autore (C. M. Guzzetti) parte citando una sura del Corano: “Troverai che i più cordiali amici di coloro che credono sono quelli che dicono: Siamo cristiani”. Lo scopo dello scritto (che potrebbe chiamarsi anche “L’islam presentato ai cristiani”) non è di “convertire”, ma di entrare in comunicazione sulla base di stringate ma solide conoscenze perché “l’ignoranza è il più grande nemico della pace”. Niente di più attuale di fronte ad una guerra di cui la maggior parte delle persone “ignora” di fatto cause e obiettivi.

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