Storie di turismo

Alto Adige – 13.3.2003

“L’attraversamento delle Alpi è qui molto difficile, i costumi della gente strani, le strade dissestate, barbariche le condizioni di sosta nelle locande e il clima insopportabile”. Non c’è dubbio: un bel biglietto da visita messo nelle mani dello scrittore francese Michel de Montagne che nel lontano 1580 si apprestava a varcare il passo del Brennero. Ma dopo aver personalmente passato in rassegna monti e valli delle nostre Alpi, de Montagne avrebbe così definito le parole di chi lo metteva in guardia: “stupidaggini”. Eppure per secoli ancora questi monti rimasero avvolti in una fitta nebbia che incuteva timore al viandante. Il fondovalle spesso insalubre per le frequenti inondazioni e le paludi; i monti infidi perché sconosciuti persino agli abitanti del luogo. Non per niente la maggior parte dei nomi delle cime è relativamente recente. Lo stesso termine “Dolomiti” è piuttosto moderno.

Sabato 15 marzo a Merano, tra le mura pluricentenarie del castello che prende nome dai signori di Trauttmansdorff, ma che gli italiani del luogo chiamano col più orecchiabile (turisticamente parlando) nome di castel di Nova, aprirà i battenti un museo unico nel suo genere, interamente dedicato al turismo alpino, in particolare nel Tirolo (comprendente fino alla Grande Guerra anche il Trentino e parte del Bellunese) a partire dagli inizi del 1800. Tanto ci volle infatti, dai giorni del passaggio di Michel de Montagne, perché prendesse piede in mondo sistematico l’industria dell’ospitalità. Proprio da castel di Nova ci pensò poi l’amata imperatrice Sissi a dare man forte alla nascente città di cura in riva al Passirio, con i suoi lunghi e mitizzati soggiorni del tra il 1870 e il 1889.

Oggi le Alpi senza il turismo non sarebbero neppure pensabili. Non solo perché ognuno si può bene o male permettere almeno una scampagnata in montagna, una sciata o un bagno nel lago. I primi tempi, e per lunghi decenni, il turismo, come testimonia l’esposizione del “Touriseum”, fu e rimase un fenomeno d’élite. Ma con in sé la capacità di cambiare volto a queste terre. Sul piano culturale e su quello etnografico ebbe conseguenze durature, soprattutto tra le valli e nelle città altoatesine. Con la seconda metà dell’800 furono migliaia i trentini e i montanari veneti che si trasferirono nei nuovi centri turistici per dare il loro contributo alla costruzione delle strutture alberghiere e delle varie infrastrutture, dalle strade alle ferrovie alle opere di bonifica. Portarono con sé la loro lingua e le loro tradizioni non senza suscitare le ire dei nascenti circoli nazionalisti. Dietro le quinte delle passeggiate e dei teatri frequentati dall’alta borghesia e dalla decadente nobiltà fiorivano il socialismo ed il popolarismo operaio. Nel vedere i grandi hotel e le ville di Merano e nel pensare alle condizioni di miseria degli operai che le avevano costruite, un corrispondente del giornale operaio scriveva nel 1913: “Voi o muratori e manovali che li avete costruiti, lasciandovi a brandelli la vostra esistenza e la vostra salute, non ne potete usufruire. Sul crocevia della città, lussureggiante di verde, e splendente di sole, si trovano affisse delle tabelle con la scritta: ‘Schonet eure Thiere’: rispettate i vostri animali. Ah, dunque, è vero, la borghesia sa e vuole rispettare le bestie, mentre condanna la classe operaia a cucinare sotto i ponti! Quando aprirai gli occhi o povero proletario?” Anche questa è storia del turismo.

Ma al di là ed insieme ai conflitti nazionali e a quelli di classe i nuovi ospiti introdussero nelle nostre valli anche la diversità delle tradizioni religiose, oggi apprezzate, un tempo osteggiate. Nel 1861 i cattolici di Merano organizzavano processioni e accendevano fuochi sulle vette per scongiurare i pericoli che avrebbe portato con sé l’apertura di una comunità protestante in città. Malgrado ciò sorsero presto anche nel Tirolo le chiese luterane, quella ortodossa e persino una anglicana. Molti dei fautori dell’“unità religiosa” arricciarono ancora il naso quando piano piano si insediò a sude del Brennero un nutrito ed attivo nucleo ebraico che nei fatti contribuì molto, qui come altrove, al progresso scientifico e culturale di tutti. Anche questa è storia del turismo. Le leggi razziali fasciste e le persecuzioni naziste ne fecero quasi piazza pulita.

Al di là degli aspetti economici, il turismo è una cosa buona se non altro perché fa a pugni con ogni pretesa purezza etnico-culturale: esso anzi vive della diversità, è fatto di sfaccettature, è (può essere) motivo e occasione di incontro. Ieri come oggi ciò avviene spesso dietro le quinte. Mentre i responsabili della struttura, martedì scorso, si apprestavano a tirare a lustro il castello di Nova per la prevista presentazione alla stampa, tra le comparse in costume di fine ‘800 c’era ancora una squadra di operai tutta indaffarata a rimuovere assi e a sistemare pietre: erano lavoratori nordafricani. E anche questa è storia (presente) del nostro turismo.

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