I conflitti dimenticati

Alto Adige – 7.3.2003

Dopo decenni di violenza forse lo Sri Lanka si prepara ad intraprendere la via della pace. Chi lo sapeva? Probabilmente solo gli addetti ai lavori e coloro che per caso hanno assistito ai brevi e fugaci passaggi televisivi dedicati al lontano Paese asiatico. Quella dello Sri Lanka era ed è una guerra dimenticata. Una delle tante. Secondo una recente pubblicazione le guerre che si combattevano nel corso del 2001 erano ben 24. Proprio mentre ogni giorno i mass media dedicano ampi spazi al pericolo di una guerra imminente, il volume “I conflitti dimenticati” punta il dito contro la diffusa propensione a chiudere gli occhi o a dimenticare. La ricerca, curata per la Caritas Italiana da Paolo Beccegato e Walter Nanni (ed. Feltrinelli), prende in esame gli atteggiamenti della popolazione italiana, degli organi di informazione (dalla radiotelevisione, ai quotidiani ad internet), degli enti pubblici nei confronti di cinque guerre “dimenticate” (in Angola, Colombia, Sierra Leone, Sri Lanka e Guinea Bissau), messe a confronto con due conflitti che hanno avuto o hanno grande visibilità mediatica, quello del Kosovo e quello israelo-palestinese.

Già i dati di partenza dello studio rivelano come la guerra sia un fenomeno molto più presente e ricorrente di quanto non ci suggerisca la nostra percezione quotidiana. Nell’ultimo decennio del ‘900 si sono combattute ben 56 guerre che hanno coinvolto 44 Paesi. Emerge con chiarezza un legame tra gli eventi bellici ed il cosiddetto “sottosviluppo” se è vero che nove guerre su dieci, dopo il 1945, hanno avuto luogo nei Paesi del Terzo mondo. A farne le spese sono sempre più i civili. Due milioni i bambini morti tra il 1990 e il 2000. Dal 1945 sono circa 27 milioni i morti tra i civili, e gli immancabili profughi 35 milioni.

Dalla ricerca, condotta in collaborazione con le riviste Famiglia Cristiana e Il Regno, risulta che oltre un quarto degli italiani non è in grado di citare neppure uno dei Paesi nei quali è in corso una guerra, a parte i casi cui la stampa dedica la sua attenzione quasi quotidiana. Un conflitto è tanto più dimenticato quanto più esso è lontano, non solo in termini geografici, ma soprattutto in termini economici e culturali. Eppure la globalizzazione pareva quel fenomeno per cui ogni evento, anche il più insignificante, debba avere ripercussioni sensibili a livello planetario. Sembrano invece esserci guerre di serie A e guerre di serie B. Che il premier cingalese Ranil Wickramasinghe e il capo dei negoziatori delle “Tigri per la liberazione della patria tamil” Anton Balasingham si siano stretti la mano ad Oslo ponendo forse fine a decenni di violenza, probabilmente non interessa nessuno. ciononostante, come conferma lo studio in questione, gli italiani non sono affatto insensibili alla guerra e le manifestazioni delle ultime settimane sono qui a confermarlo. Il 71% degli intervistati ambirebbe però ad una maggiore conoscenza rispetto alle grandi questioni mondiali. Non solo. Sette italiani su dieci ritengono che la comunità internazionale, di fronte a situazioni di conflitto, debba investire tutto nella mediazione politica preventiva ed attrezzarsi a soluzioni nonviolente. Solo il dieci per cento degli italiani considera l’uso della forza un rimedio efficace per la soluzione dei problemi internazionali. Un insignificante due per cento pensa che sia sempre meglio non intervenire e lasciare che le crisi si risolvano da sé. Questi dati sono significativi anche perché rilevati in un periodo di diversi mesi anteriore all’attuale situazione, polarizzata tra fautori ed oppositori di un intervento in Iraq, anzi in un tempo in cui la spedizione punitiva contro Saddam Hussein non era per nulla all’ordine del giorno.

La presenza di decine di conflitti dimenticati interroga non solo le coscienze, ma mette in luce le contraddizioni esistenti nella valutazione delle priorità della politica estera dei Paesi occidentali e nel dialogo sempre necessario, nelle democrazie, tra informazione e formazione dell’opinione pubblica.

Del resto è vero che l’opinione pubblica non sa quasi nulla di ciò che avviene in Angola, Colombia, Sierra Leone, Sri Lanka o in Guinea Bissau. Ma nonostante la forte esposizione mediatica si può davvero dire che il “popolo sovrano” abbia tutti gli elementi, oggi, per dare un giudizio obiettivo su situazioni come quelle attuali dell’Iraq, dell’Afghanistan o della Palestina?

Lascia un commento