I 55 anni dello Statuto

Alto Adige – 26.2.2003

Il giornalista e storico sudtirolese Claus Gatterer usava, nel descrivere i rapporti tra le popolazioni di lingua diversa del vecchio Tirolo, l’espressione “inimicizia ereditaria”. Ne auspicava ovviamente un superamento, ma non ritenne opportuno negare questo dato di fatto, fenomeno di lungo periodo che ha spesso dato impulso o frenato gli sviluppi storici.

Le rispettive identità, ammesso che esse esistano in modo compiuto, si sono modellate l’una sull’altra e i diversi gruppi linguistici sono oggi quello che sono in quanto prodotto di un secolare confronto, di una lunga vicinanza fatta di amicizie e inimicizie.

Lo Statuto di autonomia datato 26 febbraio 1948, che in questi giorni compie 55 anni, è solo una tappa di questo itinerario. Non certo un punto d’arrivo definitivo, come confermano le cronache del mezzo secolo successivo, ma neanche un qualcosa nato dal nulla. Quella Legge costituzionale, la quinta della nuova Repubblica, elaborata direttamente dall’Assemblea costituente, aveva un lungo passato, vecchio di almeno un secolo.

Senza contare la secolare “autonomia” della contea tirolese, che solo un passo alla volta era venuta ad integrarsi in modo organico nel grande impero asburgico, di autonomia per la parte meridionale del Tirolo si era cominciato a discutere almeno dalla metà dell’800. Si trattava, allora, dell’autonomia del Trentino. Le proposte in tal senso, presentate ora a Francoforte ora a Vienna, vennero sistematicamente respinte, per una serie di motivi tra i quali il timore, accentuato dopo la perdita di tutto il vecchio regno lombardo-veneto, di dare fiato alle mire secessionistiche che minavano alle diverse latitudini l’integrità dello Stato. Il timore non era del tutto infondato. Anche una parte dell’autonomismo trentino trovò evoluzione nel fenomeno dell’irredentismo che voleva non solo dare autogoverno al Tirolo meridionale, ma aggregarlo, come poi avvenne, al nascente regno d’Italia.

I trentini non tardarono molto, una volta annessi all’Italia dopo la Grande Guerra, a rendersi conto che le loro istituzioni erano tutto sommato più “autonome” sotto l’Austria che non nel nuovo sistema dello Stato centralizzato. Ma a farne le spese, soprattutto sul piano culturale, fu la minoranza di lingua tedesca (e quella ladina) a sud del Brennero. Ogni aspirazione autonomistica, come è noto, fu frustrata dalla politica snazionalizzatrice messa in atto dal fascismo.

Ciò che accomuna le richieste di autonomia dei trentini sotto l’Austria e dei sudtirolesi sotto l’Italia è anche il ruolo che man mano venne a giocare l’aspetto cosiddetto “etnico”, o nazionale, o nazionalistico. Autonomia non significava più autogoverno di una popolazione ma tutela di un gruppo linguistico. In tal modo i principi del diritto ed i valori dell’ideologia andavano impastandosi, creando nuove fratture e nuove “inimicizie”.

È anche questo il clima (oltre alla fresca memoria della guerra e dell’occupazione) in cui, all’inizio del 1948, si chiudono le febbrili trattative per l’approvazione dello Statuto. Ma è anche altro. Sono mesi e anni di rinnovamento istituzionale a tutto campo. L’Italia è diventata repubblica, si lavora alla Carta costituzionale, si introducono timidamente forme di decentramento. La stessa Europa cambia volto: si spostano confini, si formano zone di influenza, si dà vita ad organismi sovranazionali. In un continente dove milioni di persone (tra le quali gli italiani d’Istria e Dalmazia) sono costrette ad abbandonare la propria terra per motivi etnico-politici, il primo Statuto di autonomia, per quanto criticabile, è un segnale innegabile di apertura e di buona volontà.

Esso ebbe probabilmente un peccato originale: si basava ancora su di una malcelata diffidenza reciproca. Così lo Stato concesse sì l’autonomia, ma in un quadro nel quale comunque avrebbe potuto mantenere l’ultima parola. Ai trentini, come ha detto qualcuno, toccò il ruolo di “cani da guardia” dei sudtirolesi e questo non giovò certo al superamento dell’atavica “inimicizia”. Solo all’ultimo momento la Svp riuscì a strappare alcune modifiche importanti al progetto di legge originario, come il passaggio della Bassa Atesina sotto Bolzano, le norme sull’approvazione del bilancio ed il famoso articolo 14 che diceva: “la Regione esercita normalmente le funzioni amministrative delegandole alle Province, ai Comuni e ad altri Enti locali”. Un tema sul quale si dibatte ancora oggi in Consiglio regionale e che allora, per le interpretazioni diverse, portò speditamente alla crisi della prima autonomia e al lungo e sofferto cammino verso la seconda.

Comunque sia, a rileggere la storia sembra che trentini e altoatesini, al di là delle concrete forme istituzionali, siano legati da un destino comune. Gli statuti sono perfettibili ma ogni cambiamento imporrebbe alla politica, quella che sa guardare lontano, il superamento di pregiudizi e riserve mentali, ciò che può avvenire solo con l’onestà delle scelte e con l’impegno autentico per il bene comune, attuato prima di tutto in funzione della persona. L’ereditarietà di un’inimicizia non può essere una condanna definitiva da accettarsi con comodo fatalismo. Essa, conosciutene le cause remote, può essere anche un monito o uno stimolo a guardare e ad andare oltre.

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