Alto Adige – 17.2.2003
Ci sono innumerevoli motivi che portano alla guerra. Motivi materiali ed economici. Considerazioni di politica interna ed internazionale. C’è soprattutto l’idea di fondo che il mondo si possa dividere in buoni e cattivi. I buoni naturalmente siamo noi e i cattivi di turno sono appunto così cattivi da doverli ammazzare. E’ banale ma è così. Perché la guerra non è solo la resa della politica, è soprattutto la resa dell’uomo incapace di fare un passo avanti o indietro, a seconda dei casi.
Le piazze di tutto il mondo che si riempiono di persone accomunate forse dall’unico intento di dire no (a volte in modo generico, d’accordo…) alla guerra è uno spettacolo che, oltre a scatenare i commentatori, impressiona. Entusiasma gli organizzatori e le persone che da decenni operano indefesse alla costruzione di rapporti di giustizia tra persone e nazioni (e sono tante). Ma, come si è visto, non lascia neppure indifferenti coloro che consideravano la guerra come un male inevitabile, spesso perché non si rendono bene conto di che cosa si tratti. Forse però oggi sono un po’ di più i responsabili della vita pubblica che si proporranno di tentare il tutto per tutto.
Il “no alla guerra, senza se e senza ma” è una dichiarazione forte, ma rischia di rimanere uno slogan, una volta sgomberate le piazze ed una volta ripiombati nella realtà quotidiana, che è tragicamente piena di “se” e di “ma”. Eppure la domanda va posta: si può essere contro la violenza in senso assoluto? Se i principi contano ancora qualcosa, direi proprio di sì. Anche se, naturalmente, anche i principi devono poi fare i conti con i “se” ed i “ma” della vita di ogni giorno, che comunque sono spesso più di carattere politico ed economico che non di valenza etica. Ma l’idea della guerra come qualcosa che comunque, è negativo sembra farsi timidamente strada nel sentire comune. Almeno in Europa, dove da tempo è scomparsa ogni simpatia per le guerre sante e dove il concetto di vendetta individuale (come la pena di morte) e collettiva scompare oramai del tutto dai sistemi giuridici.

Altrove, è vero, la violenza è elemento costitutivo della cultura, sia a livello di classe politica che a livello di massa. Altrove la guerra non è semplicemente un male necessario, ma una dimensione dell’esistenza e della politica cui ci si prepara, spesso, per tutta una vita.
Le basi del conflitto armato si pongono anche a livello ideologico e culturale nel momento in cui, come si diceva, si comincia a dividere il mondo tra buoni e cattivi, amici e nemici. Ad esempio, nel caso che stiamo vivendo, si pretende di formare lo schieramento del mondo che ama la democrazia contro coloro che rifiutano la democrazia. Da una parte il mondo civile, dall’altra la barbarie (e i traditori). E’ vero ed è sotto gli occhi di tutti che Saddam, pur con il suo novantanove per cento di “consensi”, non è un leader democratico. Ma saremo noi Occidente a portare agli iracheni la democrazia, in punta alle nostre baionette (sia fa per dire)? Gli analisti occidentali solitamente sono d’accordo nel ritenere che la democrazia è il migliore dei sistemi politici, ma che essa non è esente di difetti. Uno di questi è che può evolvere in una dittatura della maggioranza. Un altro è che in essa gioca ancora un ruolo fondamentale l’apparato propagandistico (soprattutto, paradossalmente, in tempo di guerra) e tende a prevalere chi può permettersi i mezzi più efficaci per influenzare l’opinione pubblica.
Ma una cosa è certa: non si può imporre ad un popolo un sistema politico-giuridico che è il frutto, da noi, di una lenta e contraddittoria evoluzione storica.
Di più: è proprio la convinzione di dover esportare la propria cultura e di doverla imporre agli altri (perché migliore) una delle più frequenti cause scatenanti delle guerre, di quelle presenti e di quelle passate.
Milioni di persone scese sulle strade di migliaia di città in tutto il mondo (anche negli Stati Uniti) per dire no alla guerra forse non fermeranno i bombardieri. Però incrinano visibilmente la compattezza dei fronti, sono segno evidente che il confronto reale non è tra due pensieri unici incapaci di comunicare, che il mondo è più complesso e variopinto di quanto sembra e che non tutti si fanno ricattare dall’“o con noi o contro di noi”, espressione e modo di fare che non ha nulla a che fare con la democrazia pluralistica.