L’Europa e le religioni

Alto Adige – 12.2.2003

Alla Convenzione europea che sta predisponendo il progetto di Carta costituzionale per l’Unione mancano i riflettori. E forse è un bene. Troppa attenzione può certamente essere d’ostacolo all’obiettività e potrebbe far venir meno la saggezza necessaria ad un’opera il cui valore vuole proiettarsi stabilmente nel futuro. Ciò non toglie che gli articoli della nuova costituzione debbano tener conto del contesto internazionale e perfino dell’attualità. Tanto per dirne una: se la Carta che si sta scrivendo ha, tra le altre cose, la funzione di cementare le diverse componenti statuali d’Europa, divenendo base di un sistema politico-giuridico comune e condiviso, ciò è in evidente contraddizione con l’attuale spaccatura tra i grandi Paesi europei nella questione della seconda guerra irachena. Non è proprio la Costituzione, in Italia, a porre dei limiti invalicabili al concetto di guerra giusta, limitando l’uso delle armi alla difesa del territorio nazionale ed escludendolo categoricamente per l’offesa a Paesi terzi, sia pure nella forma di una guerra preventiva? Non è proprio la Costituzione italiana, sulla scorta della tragica esperienza dei due conflitti mondiali, a “ripudiare la guerra” come strumento di risoluzione delle controversie internazionali?

Ma la questione sul tappeto della Convenzione europea non è oggi la guerra. Essa discute di religione. Non se ne sente molto, ma lo fa animatamente. La polemica tra parlamentari di area democristiana e di area laico-socialista verte intorno all’inserimento nella Carta dei valori religiosi (cristiani) tra quelli fondanti della costituenda federazione europea. Non c’entra con la guerra? Solo in apparenza.

Le posizioni saranno certamente variegate, ma ce ne sono due dominanti. La prima è quella di chi vorrebbe l’Europa fondata in modo esplicito sui valori cristiani. Si rivendica al vecchio continente un’eredità religiosa che non si vuole veder negata o sopraffatta da altre tradizioni religiose. E’ innegabile che la religione cristiana abbia giocato un ruolo fondamentale nella storia europea e non solo. E’ questa una buona ragione per cristallizzarla in un articolo della Costituzione? Va ricordato infatti che la religione in Europa non è sempre stata elemento di unità. Nei secoli passati si sono condotte guerre interminabili nel nome della religione e nel nome delle diverse confessioni religiose, soprattutto dalla Riforma in avanti. Va detto anche che quella cristiana, sia pure maggioritaria, non è mai stata l’unica religione presente sul continente. Non si può certo relegare l’ebraismo europeo o i lunghi secoli di altalenante presenza islamica a fenomeni marginali. Tutto ciò fa parte della tradizione europea e il buon senso vorrebbe che invece di esaltare l’una o l’altra religione si riuscisse a sottolineare la necessità storica dell’incontro tra esse. Che l’incontro debba sfociare nella polemica o nel dialogo, questa è certamente una missione di primo piano per l’Europa, davvero un contributo alla pace mondiale (o alla guerra).

La seconda posizione è quella di coloro che non vorrebbero che nella Carta costituzionale si facesse alcun riferimento agli aspetti religiosi. Nel nome di cosa? Della distinzione assoluta tra Chiesa e Stato? Se è vero che sul piano delle istituzioni non devono esserci sovrapposizioni tra politica e religione, è anche vero che l’una non può non tener conto dell’altra. Quante volte, ad esempio, i gruppi religiosi affiancano lo Stato nell’espletamento delle sue funzioni? E non è dovere primario della politica garantire a chiunque la libertà religiosa? Ipotizzare una comunità europea come se la religione non esistesse significa non tener conto della realtà. Tanto più dopo la svolta nella coscienza mondiale seguita ai fatti dell’11 settembre 2001, che hanno dimostrato che la religione c’entra eccome con tutto il resto, con la politica e con la guerra. Proprio la sottovalutazione del fenomeno religioso conduce periodicamente a nuovi conflitti più o meno latenti. Se la politica in tutto ciò ha un ruolo, per il bene comune, è quello di saper cogliere in ogni tradizione religiosa gli elementi di genuina umanità che possano tener viva la fiamma del dialogo, nel rispetto di chi crede (cristiano, musulmano, ebreo ecc.) e di chi non crede.

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