Alto Adige – 5.2.2003
Quello dell’insegnamento scolastico della seconda lingua non è certo solo un problema di didattica. Tira in ballo una lunga serie di motivazioni e di atteggiamenti, magari inconsci, che si sono costruiti ed amplificati nel corso degli anni, dei decenni e addirittura dei secoli. Se fosse una questione solamente scolastica, la si sarebbe risolta già da molto tempo. Ma non lo è. C’entrano la politica, la cultura, la storia, l’identità.
Ci sono diversi modi per intendere l’importanza di una lingua. Per lunghi secoli della nostra storia la lingua non ha rappresentato un elemento di fondamentale importanza. Semplicemente per il fatto che ogni lingua veniva intesa come uno strumento di comunicazione. Non una caratteristica quasi intrinseca dell’individuo, ma un accidente legato al caso. Senza porsi più di tanto il problema, le persone si avvalevano di questo o di quell’idioma, per farsi capire. In caso di difficoltà di comunicazione c’era pur sempre il latino che, un po’ come oggi l’inglese, permetteva anche a persone provenienti da regioni lontane, di scambiarsi le informazioni necessarie. Alcune lingue erano utili per il commercio, altre per il diritto o per gli affari ecclesiastici, altre ancora per la musica, altre infine, paradossalmente, per non farsi capire, come i vari gerghi professionali ed alcuni dialetti. Cambiare lingua non era un dramma e apprenderne più d’una quasi la normalità.
Ma, almeno a partire dall’800, la lingua non è più un semplice strumento. Essa è divenuta un valore ideologico ed un elemento fondante delle cosiddette identità nazionali. La lingua ha cominciato a rappresentare un’appartenenza, secondo l’equazione: io “parlo” italiano / io “sono” italiano; io “parlo” francese / io “sono” francese. Molte forme di nazionalismo si basano quasi esclusivamente sull’appartenenza linguistica ed in tali contesti è inconcepibile che possa esistere un italiano (inteso come abitante di quella zona del mondo chiamata Italia) che parla normalmente un’altra lingua, oppure un cittadino francese di lingua, supponiamo, araba.

Inutile dire che questa concezione della lingua è quella ancora oggi più diffusa. Se ne fa strada un’altra, quella che intende la lingua non più come semplice strumento, quasi neutro, né come valore di importanza assoluta, bensì come la fattispecie di un patrimonio culturale appartenente a tutta l’umanità. In tal senso ogni lingua è meritevole di tutela, ovviamente mai in contrapposizione con altri idiomi. Non solo: ogni lingua, soprattutto se è quella del vicino, è degna di essere appresa. Anzi l’impegno profuso nell’apprendimento delle lingue è segno di intelligenza, di serietà e di apertura mentale.
Detto questo è evidente che ogni sforzo da parte dei responsabili della scuola per agevolare l’apprendimento delle altre lingue è lodevole e doveroso e (quasi) ogni ostacolo si voglia frapporre a tale lavoro è miope e anacronistico. Ma la politica e la cultura è bene che in primo luogo si pongano una domanda: l’immagine di Alto Adige che si va proponendo appartiene alla seconda o alla terza delle categorie considerate? Ovvero: la lingua di cui si parla è intesa ancora come valore ideologico da difendere oppure come valore culturale da diffondere? Nel primo caso le conseguenze saranno sempre il monolinguismo e la divisione, nel secondo il plurilinguismo e l’incontro, nella consapevolezza che una cosa è “essere”, altra è parlare o non parlare una lingua.