Memoria del presente

Alto Adige 29.1.2003

È stato doveroso, e lo sarà ogni 27 gennaio, fare memoria dell’immane tragedia concepita ed attuata nel cuore dell’Europa poco più che mezzo secolo fa. È inquietante constatare quanto essa sia vicina a noi nel tempo e nello spazio. Così vicina da pesare e da farci sentire anche noi, che magari allora non c’eravamo neppure, in qualche modo responsabili. È questo il significato del “fare memoria”: non certo voler affogare nei sensi di colpa, ma piuttosto assumersi le proprie responsabilità per il presente e per il futuro. Qualcuno ha detto che una giornata della memoria vale solo se si traduce nell’impegno a far sì che quanto accadde allora non si ripeta. Milioni di persone innocenti massacrate nel nome di un’ideologia folle. I campi di sterminio, il razzismo praticato fino alle estreme conseguenze, la negazione di ogni diritto umano. Ed inoltre, come aggravante, l’indifferenza totale di buona parte della popolazione: di chi sapeva, di chi non voleva sapere, di chi non sapeva ma avrebbe potuto intuire…

Memoria… Viviamo oggi in un mondo che si è lasciato davvero alle spalle ogni tipo di orrore? Sappiamo purtroppo che non è così. È certo che in Europa non ci sono più i campi di concentramento. È certo che nessun Hitler sta ipnotizzando le folle del continente pronto a condurle sull’orlo del baratro. È altrettanto vero che la guerra è tutt’altro che tramontata, come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, all’orizzonte del mondo. Quella, tra le tante, a noi più nota sta per scoppiare da un momento all’altro. Neppure il razzismo si è cancellato dalle nostre menti, ed ogni tanto riemerge nelle sciocche ed incoscienti provocazioni di qualche agitatore. La questione ebraica è tutt’altro che risolta. L’abbiamo semplicemente trasferita al di là del mare.

La morte di migliaia, anzi di milioni di esseri innocenti, anch’essa non è un fenomeno da relegare nella “memoria” degli anni alla metà del secolo scorso. È perfino banale ricordare quanti esseri umani cadono vittima ogni anno, ogni giorno, ogni minuto, della fame, delle malattie e delle violenze. Non qui da noi. Altrove. Ma esiste un’altrove nell’era della globalizzazione?

Fame, malattie e violenze: tutte cose che, se solo si volesse, si potrebbero evitare. Ne sono convinti gli utopisti di Porto Alegre che vanno dicendo che “un altro mondo è possibile”. Ma fare memoria di quanto accadde nell’Europa del nazifascismo non significa affermare in qualche modo che “un altro mondo è possibile”? Non significa dire che anche allora un altro mondo sarebbe stato possibile ed è per questo che oggi non si vuole dimenticare?

Ci sono due elementi, tra i tanti, che accomunano la nostra epoca a quella dei lager. Allora come oggi tanti uomini e donne, in sé buoni e retti, non si resero conto di ciò che stava avvenendo e furono irretiti dalle menzogne della propaganda, a quel tempo urlate, oggi bisbigliate subdolamente. Allora come oggi i morti della Shoa furono vittime, prima che della bestialità degli aguzzini, dell’indifferenza di chi non ha saputo o voluto vedere. Fare memoria non è solo ricordare, ma è soprattutto aprire gli occhi.

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