Alto Adige – 24.1.1003
All’inizio dell’anno passato l’aria era intrisa ancora della polvere dello sconquasso delle due torri newyorkesi. Lo sdegno per le vittime innocenti, la paura di non potersi più sentire sicuri in nessun luogo, la voglia di impartire una lezione ai terroristi sanguinari: questi i sentimenti più diffusi. L’attentato aveva voluto attirare in modo spettacolare sui suoi autori l’attenzione del mondo ed aveva saputo farlo.
La reazione era stata una necessità, anch’essa dettata dalla politica dell’immagine. Che figura ci avrebbe fatto l’onnipotente Occidente se non fosse stato in grado di mostrarsi, armi in pugno, all’altezza della situazione? La campagna lanciata in Afghanistan è stata uno di quei bocconi amari da mandar giù, pena il linciaggio morale. Molti lo hanno fatto in buona fede. Sembrava davvero che in quattro e quattr’otto si potesse togliere di mezzo la base del terrorismo internazionale e al tempo stesso dare un regime democratico ad un Paese duramente provato dall’intolleranza talebana. Provate oggi, a distanza di un anno, a chiedere ad un qualsiasi passante se l’obiettivo è stato raggiunto. La percentuale dei “non so” avrebbe una abbondante maggioranza. La realtà è che non se ne sa nulla. Non si sa neppure se la guerra è finita, se Osama Bin Laden e la sua organizzazione sono stati messi a tacere, se ora gli afghani se la passano bene… E quei disgraziati in tuta arancione scaricati sulle isole dei Caraibi? Hanno confessato i loro crimini, sono stati processati, che fine hanno fatto?
Comunque sia, il dato fondamentale di tutta questa vicenda è la disinformazione – mascherata da iperinformazione – nella quale si trovano i cittadini di tutta una serie di Paesi democratici che nel giro di qualche settimana saranno chiamati, tramite i loro governanti, ad aderire ad una nuova avventura bellica, quella nel golfo Persico. Solo che ora il ricordo delle due Torri è più lontano e la puzza di bruciato non è più coperta da quella della polvere del crollo.

Rispetto alla guerra in generale si possono avere atteggiamenti diversi. C’è chi la considera un male necessario. Chi opera distinzioni tra guerre ingiuste e guerre giuste. C’è chi giustifica la difesa e chi le affida la tutela degli interessi nazionali. C’è anche chi, sotto sotto, ritiene che se uno è debole e povero, peggio per lui.
Personalmente ritengo che ci sia molta verità nell’affermazione secondo cui “le guerre feriscono in profondità il mondo e lasciano un’eredità imprevedibile”. È una considerazione per nulla dogmatica e soprattutto intelligente. Potrebbe averla pensata chiunque di noi, ma è di Andrea Riccardi, fondatore della comunità Sant’Egidio di Roma, da lunghi anni impegnata nella promozione concreta e paziente della pace con iniziative di dialogo tra le religioni, di promozione dei diritti umani, di diplomazia più o meno informale.
Al di là dei molti morti innocenti, del dispendio di risorse, della fame, della distruzione, la ferita che colpisce anche noi, che quella guerra la vedremo solo in televisione, è l’abuso della buona fede dell’umanità. Ammesso che ci siano, i perché e gli effetti della guerra non ci saranno mai svelati e fra un anno saremo ancora qui a chiederci se la guerra è finita, dove sia scomparso Saddam, se egli abbia avuto davvero armi di distruzione di massa o solo pozzi di petrolio. Ci domanderemo se ora gli iracheni stanno finalmente meglio. A quest’ultima domanda, a dire il vero, ha già risposto il vicario del patriarcato cattolico caldeo di Baghdad (cfr. Famiglia Cristiana 1/2003): “Bush vuole liberarci o farci schiavi suoi? Se vuole liberarci, bene. Se no, stiamo meglio così. E non mi faccia dire altro”.