Alto Adige – 23.1.2003
Il pianeta è disseminato di luoghi di conflitto e di incontro. Anche all’osservatore più superficiale non può sfuggire il fatto che nella maggior parte dei casi le comunità religiose vi hanno, nel bene e nel male, una responsabilità molto forte. In molti paesi la religione è elemento di divisione. Certamente il più delle volte si tratta di mera strumentalizzazione. In Irlanda, in Israele, in Algeria, in India, in Pakistan, in Sudan, in Libano, l’appartenenza religiosa è un pretesto che le diverse fazioni etno-politiche usano per sottolineare differenze che hanno la loro radice in ben altri interessi. I potenti di turno, in tal modo, offrono però alle comunità religiose l’opportunità di avere un peso politico che esse possono anche, se vogliono, usare per gettare ponti, anziché per erigere muri.
In molti luoghi la religione infatti è elemento di dialogo. Un dialogo faticoso, spesso nascosto, silenzioso, difficile da raccontare, perché mentre un mondo in bianco e nero è agevole da dipingere, le mille sfumature dei rapporti costruttivi tra le persone fanno parte di quella complessità che ha poco riscontro mediatico.
Anche nella nascente Europa il dialogo tra confessioni e religioni può essere di fondamentale importanza ed è un po’ lo specchio degli sforzi che si fanno sui piani economico e politico. Su una popolazione di 790 milioni di abitanti, l’Europa (compresi i paesi dell’area ex-sovietica) conta circa 500 milioni di cristiani. I cattolici sono 300 milioni, i protestanti e gli anglicani 135 milioni, gli ortodossi 104 milioni.
È attualmente in corso (dal 18 al 25 gennaio) la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. In tutto il continente. A Berlino, ad esempio, oltre mille organizzazioni e gruppi si preparano alla prima giornata ecumenica delle Chiese per parlare della violenza, delle cause e delle radici religiose del terrorismo, della situazione in Medio Oriente, del dialogo cristiano-islamico e cristiano- ebraico. In Francia si prevede una miriade di iniziative promosse in ogni diocesi e nella maggior parte delle parrocchie. In Spagna si lavora alla realizzazione di una traduzione “interconfessionale” della Bibbia. In Lettonia e in Slovacchia si incontrano i vescovi delle diverse confessioni. Nella Repubblica Ceca le trasmissioni religiose nelle radio e tv nazionali vengono realizzate insieme. Anche in Turchia cattolici, protestanti, ortodossi di vari riti, si riuniscono ogni giorno in una chiesa diversa per chiedere il dono dell’unità. Ovviamente rimangono molti problemi, come i rapporti non idilliaci tra cattolici e russo-ortodossi. Non per niente il gruppo argentino che ha organizzato, quest’anno, la settimana ecumenica ha scelto di intitolarla “Un tesoro come in vasi di terra”, secondo le parole dell’apostolo Paolo, quasi a sottolineare già in partenza l’inadeguatezza delle chiese fatte di uomini (i vasi di terra) a contenere e a codificare la complessità dei rapporti dell’uomo con Dio (il tesoro). Un invito, d’altra parte, a guardare avanti con fiducia pur nella consapevolezza dei propri limiti.
Può tutto ciò non avere una ripercussione sul cammino di unificazione europea? O sui processi di pace in atto? O sulle avventure senza ritorno delle varie guerre che insanguinano il mondo?
L’unità dei cristiani si gioca (o si arena) su diversi piani: quello della teologia, quello del potere, quello infine, più ricco di frutti, delle relazioni umane tra persone e gruppi di base.

Indipendentemente dall’aspetto religioso il fatto che i rappresentanti delle confessioni cristiane si incontrino nel nome dell’unità è già di per sé un messaggio eloquente. Dice che l’unità presuppone e rispetta la diversità. È uno schiaffo agli integralismi. Essa non è omologazione ad un modello egemone, ma dialogo consapevole tra diversi, che nulla ha a che fare con le identità fittizie ed effimere di chi ama i confini, le muraglie e il filo spinato.