Alto Adige – 16.1.2003
Una volta c’erano le birrerie, magari di Monaco di Baviera, dove i bisognosi di parole forti si riunivano ad ascoltare gli arruffapopolo. O meglio: si trovavano per bere e cantare e, già che c’erano, davano retta all’oratore di turno che saliva sul tavolo e arringava la piccola folla di personaggi inquieti, con in mano il boccale di birra e la mente un po’ appannata.
Oggi ci sono i dibattiti nelle piccole televisioni private a svolgere una funzione analoga. Se uno va al bar è per bersi un caffè o un bicchiere di bianco: non ha voglia di sentire discorsi, men che meno di discutere. I dibattiti pubblici raccolgono quattro gatti, mancano di contraddittorio, oppure avvengono in forma semiclandestina nelle pittoresche sedi di gruppuscoli nostalgici.
Cambiare il mondo (in meglio) non va più di moda, capirlo è una fatica improba. Sarà per questo che il connubio tra il divano di casa e le facili risposte di ospiti televisivi incompetenti riesce a far breccia nel diffuso voler essere lasciati in pace.

Perché chiudere del tutto occhi e orecchie sulla realtà circostante a lungo andare non funziona. I problemi quotidiani ci sono e si vedono: rincaro dei prezzi, criminalità, loschi figuri che si aggirano per le strade, brutto tempo… Anche chi aveva pensato di chiudersi definitivamente nella coltivazione dei fatti propri ogni tanto è costretto a porsi qualche domanda. In suo soccorso arrivano i talk show fai da te, quelli irradiati ad esempio, per restare agganciati alla cronaca, da alcune città venete. Lì ci trovi il professore, il consigliere, il sindaco, l’assessore che tutti presi dal loro ruolo snocciolano risposte e propongono considerazioni su tutto e su tutti, spesso senza il minimo di filo logico. Arriva una telefonata: è il cittadino tal dei tali che dice la sua, con tanto di quel buon senso (“è ora di finirla con questo e con quello…”) che verrebbe da baciarlo in fronte: quello sì che le cose le dice come stanno.
Se gli ospiti di questi spettacoli sembrano quasi sempre capitati lì per caso, distolti da più importanti (e redditizie) occupazioni, i conduttori andrebbero studiati uno a uno. La prima cosa che ti chiedi è a chi l’uno o l’altro voglia assomigliare. Quale sia il suo irraggiungibile modello: Vespa, Ferrara, Sgarbi? Il copione è sempre identico: da una parte i buoni (noi), dall’altra i cattivi (loro). Noi, che lavoriamo, ci diamo da fare, siamo fedeli alle nostre tradizioni. Loro, che ci succhiano il sangue, che ci insidiano con la loro diversità, che vorrebbero annientarci.
Il manicheismo triviale di questa impostazione è certamente specchio della realtà. Almeno in parte. Più aumenta la complessità del mondo che ci circonda, più preme la tentazione di dividere gli uomini in buoni e cattivi, nostri e loro, amici e nemici. La nostra non pare essere la civiltà della complessità, quanto piuttosto quella della confusione. Una civiltà in cui mentre i padri allestiscono circoli televisivi nei quali conducono becere discussioni su argomenti che non conoscono, i figli sfondano le porte e si mettono a menar le mani, a dimostrazione che la distanza tra la violenza verbale e quella fisica è davvero minima. Da piccoli avrebbero forse desiderato apprendere, dai loro padri, a convivere con la complessità piuttosto che essere costretti a subire la confusione.
I figli ora sono, giustamente, in castigo. E i padri?