Vita Trentina – 29.12.2002 – Intervista al prof. Emanuele Curzel
Solitamente le chiese locali si sono articolate e si articolano tuttora a partire da un centro urbano, e Trento non fa eccezione. Ciò non significa che non vi sia stata, nel corso di sedici secoli, un’evoluzione. L’argomento è complesso, ma si possono ricordare alcuni dei momenti più significativi.
Cominciamo allora a percorrere i secoli. Com’è il rapporto centro-periferia nell’epoca di Vigilio?
Vigilio è ricordato come il grande promotore dell’evangelizzazione, sia nella città che nel territorio. Dalle sue lettere appare però netta la divaricazione tra centro e periferia: Trento è il luogo della “civiltà” che si avvia a diventare cristiana, il territorio è ancora del tutto pagano, ed è una terra di missione ostile e pericolosa. La centralità di Trento nell’alto medioevo è prima di tutto simbolica, perché la città è il luogo in cui risiede il vescovo e nel quale sono conservate le reliquie dei martiri: difficile però dire se vi fosse un reale controllo sul territorio, dove le chiese rurali nascevano, qui come altrove, in modo episodico, e spesso grazie all’iniziativa dei laici.
Quando nascono, allora, le pievi?
Se per “pieve” intendiamo una struttura stabile, territorialmente definita, nella quale un collegio clericale è responsabile della cura pastorale, possiamo usare il termine solo a partire dal IX secolo, quando la legislazione civile rende obbligatorio il pagamento della decima alla chiesa battesimale. Nel medioevo centrale, dunque, le strutture pastorali esistenti sul territorio godono di una sostanziale autonomia economica: ciò da un lato le aiuta a svincolarsi dai poteri laici, dall’altro permette loro di operare in modo autonomo rispetto all’autorità vescovile. Il pievano è eletto dal clero che vive nella pieve, e al vescovo rimane solo un ruolo di controllo; l’accentramento nella pieve delle funzioni sacramentali rende inoltre quelle chiese particolarmente importanti rispetto ai loro vasti ambiti territoriali.

Quando questo sistema va in crisi?
Dal punto di vista del rapporto tra centro e periferia, credo che il momento decisivo sia stata la “riforma” che cominciò nell’XI secolo e si sviluppò fino al quarto concilio lateranense (1215). A partire da quell’epoca non solo aumentò il potere papale nei confronti di tutte le istituzioni ecclesiastiche dell’Occidente, ma crebbero anche le responsabilità vescovili sulle chiese minori, allo scopo, tra l’altro, di evitare deviazioni ed abusi. Il clero locale tentò di difendere il proprio diritto di elezione dei pievani, ma alla lunga perse la sfida. Importanti strumenti del controllo vescovile sulle chiese periferiche furono il sinodo (soprattutto nei secoli XIII-XIV) e la visita pastorale (a partire dal secolo XVI).
È questa la situazione che viviamo ancora oggi?
A grandi linee sì, ma vanno fatte almeno due precisazioni. Il sistema pievano fu infatti affiancato poco a poco, tra il XIII e il XIX secolo, da un reticolo di “curazie”. Queste nacquero nei singoli villaggi come chiese minori, dotate di prerogative limitate; poco alla volta accrebbero però i propri diritti e accentuarono la propria autonomia rispetto alla pieve. Quasi sempre la loro origine va cercata nell’iniziativa della comunità locale che, garantendo il sostentamento del prete deputato alla celebrazione dei sacramenti, ottenne anche il diritto a sceglierlo (diritto che andò perso con la trasformazione in parrocchia, tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento). A questo secondo livello si mantenne dunque a lungo un certo grado di decentramento. La seconda precisazione riguarda il sostentamento del clero: al declino dei diritti di decima corrispose l’aumento dell’importanza delle rendite beneficiali, dei diritti di stola, dei contributi da parte del potere politico (“congrua”): una questione non di dettaglio, che evidentemente incide sul tema in esame, ma che meriterebbe ben altra trattazione.
Il potere temporale ha rappresentato un limite o una risorsa nell’azione pastorale del vescovo?
Evidentemente l’importanza politica dell’episcopato fece sì che l’aspetto spirituale passasse, in molti casi, in secondo piano, e ciò non ebbe conseguenze pastorali positive. Si può aggiungere però che quando, in età moderna, il potere statale volle regolamentare minutamente la vita interna della Chiesa, il fatto di detenere l’autorità civile permise al vescovo di agire in modo più autonomo e graduale. Se ciò sia stato sempre un bene è però argomento discusso.
Quanto ha pesato il fatto di trovarsi in una situazione “periferica” per il formarsi di una particolare identità ecclesiale?
La nostra percezione attuale, che riconosce come soggetti storicamente attivi solo gli stati nazionali, ci fa considerare Trento una città di periferia. Ma questa è solo una delle letture possibili. Il Concilio si tenne a Trento proprio perché era al centro della tensione tra papato romano e Germania luterana, non alla periferia. Quanto al problema dell’identità, ho l’impressione che al momento attuale sentiamo ancora – anche se con forza sempre più ridotta – di aver fatto parte, nell’Ottocento, di un’entità politica e culturale diversa da quella italiana. Ricordo solo un particolare, tutt’altro che secondario: come in Austria e in Germania, nel Trentino fu il clero a prendere l’iniziativa per il riscatto economico delle popolazioni tramite il movimento cooperativo e solidaristico, cosa che in molte regioni italiane fu invece prerogativa di movimenti anticlericali.