Alto Adige – 23.12.2002
Il ministro degli affari esteri Franco Frattini ha invitato a riconsiderare l’autonomia dell’Alto Adige nel più ampio contesto dello sviluppo dei processi europei. Una sollecitazione che va senz’altro raccolta senza pregiudizi. Essa suonerebbe quasi come un’ovvietà se i termini Europa e autonomia non avessero la tendenza ad uscire dalla geografia del diritto per fissarsi nelle costellazioni dei simboli.
Il rapporto tra l’Alto Adige e l’Europa può essere fecondo. E dialettico. Una situazione come quella altoatesina offre all’Unione i criteri per misurare il proprio grado di democrazia e la propria vocazione multiculturale.
Se la democrazia, in Europa, non può più limitarsi alla contrattazione di maggioranze tra capi di governo, allora va trovato il modo per far sì che le comunità locali non debbano rappresentare solo dei piccoli fastidiosi ostacoli sulla via di un nuovo, più grande e più potente centralismo. Le specificità amministrative nazionali e locali sono l’altra faccia di un’Europa che non è né dei quindici, né dei venticinque, ma dalle mille sfaccettature istituzionali, ideate dagli uomini nel corso della storia per dare risposte originali a questioni apparentemente simili. Se c’è urgente necessità di una unitarietà di azione, in certi settori, ciò non può significare l’appiattimento, nemmeno sul piano delle istituzioni. L’autonomia regionale, come quelle di altri frammenti di territorio del vecchio continente, non può essere nemica dell’Europa unita. Le autonomie possono rappresentare semmai un collante, una ragione di più per mirare all’unità in determinati settori.

Così anche sul piano culturale. La tutela delle minoranza non è un problema solo dell’Alto Adige. E’ una questione europea per eccellenza. Gli stessi Paesi membri misurano la propria europeicità anche sulla base di come essi veicolano con i gruppi minoritari. Lo rende evidente l’aspirazione della Turchia ad entrare nella partita. Un ingresso che presuppone da parte dei turchi una rilettura del proprio rapporto con la minoranza curda e da parte degli altri Stati dell’Unione una riflessione sul dialogo tra religioni e culture non sempre in sintonia tra loro.
Ma il rapporto dialettico con la nascente Europa può essere di salutare stimolo anche per il modello altoatesino che a sua volta ha bisogno di crescere, se vuole mantenersi fedele ai propri obiettivi. Anche qui autonomia e multiculturalità sono chiavi di lettura tutt’altro che scontate.
Ogni autonomia rinnega se stessa sul piano dei principi quando da un lato pretende – magari a ragione – la più ampia devoluzione di competenze da parte dello Stato centrale ma poi non fa lo stesso, nei limiti del ragionevole, con gli enti minori.
Allo stesso modo la tutela delle minoranze diventa pericolosa ipocrisia se non si basa sul presupposto che l’esistenza di una società multiculturale sia un valore per l’intera collettività. Tutelare non significa imbalsamare, né creare artificiose separazioni, men che meno mettere l’uno contro l’altro.
L’Europa può imparare dall’Alto Adige e il Sudtirolo può imparare dall’Europa. Autonomia ed Unione non sono armi d’offesa, ma risorse per il bene comune.