Vita Trentina – 22.12.2002
Don Mario Gretter, giovane prete meranese, si trova in Egitto, inviato dalla diocesi di Bolzano-Bressanone nell’ambito di un programma triennale di studio di arabo ed islamistica che prevede un primo anno di lingua araba classica il Cairo. Che cosa farà una volta tornato in diocesi? La cosa si sta ancora valutando e per il momento non vi è ancora una destinazione precisa. È certo che le competenze acquisite saranno di grande utilità per una Chiesa che sempre più è chiamata a confrontarsi col mondo dell’Islam.
Don Mario, il Natale in una terra di religione islamica come l’Egitto è festeggiato solo dai cristiani, oppure gode di attenzione anche da parte dei musulmani?
Il grande afflusso di turisti provenienti da paesi prevalentemente “cristiani”, la presenza significativa di una comunità cristiana egiziana, la globalizzazione dei consumi e delle tradizioni, fa sentire il suo influsso anche in una terra musulmana, comunque già molto aperta all’Occidente. Certo il fatto che quest’anno il Ramadân sia terminato proprio all’inizio dell’Avvento ha portato con sé che non se ne senta praticamente ancora nulla. Inoltre il Natale ortodosso cade il 7 di gennaio: è questa la data ufficiale del Natale qui in Egitto e il 25 dicembre è quasi come un normale giorno lavorativo. Per quanto i musulmani, ho trovato una buona disponibilità e attenzione, anche se molto dipende dalle relazioni di tipo amicale che si riescono ad instaurare. In genere comunque i musulmani ritengono una buona cosa che i cristiani festeggino la nascita di Gesù, considerato dall’Islam un grande profeta.

Quanti sono i cristiani in Egitto e come vivono?
La presenza dei cristiani in Egitto è segnata in maniera particolare dalla realtà copta (termine derivante dal greco che significa semplicemente “egiziano”), una Chiesa ortodossa che conta circa cinque milioni di fedeli, meno del 10% della popolazione. Quantificarli però è impresa perlomeno ardua, in quanto sui numeri si combattono battaglie politiche non indifferenti. Soffrono, pare, di una certa mania di persecuzione. Il tema delle persecuzioni, oggi, non è più attuale anche se non si può dire che essi godano di piena libertà. La costruzione di nuove chiese o la ristrutturazione, o manutenzione straordinaria, di vecchie con annessi e connessi rimane ancora difficile e burocraticamente complessa; la possibilità di processioni liturgiche, per strada, rimane tuttora interdetta. Non ci sono comunque restrizioni per la vita liturgico-pastorale all’interno delle parrocchie e il dichiararsi cristiano non mette quasi nessuno a disagio. Si può in genere parlare di una reciproca tolleranza e vita gli uni vicino agli altri (a volte anche insieme). I greco-ortodossi formano poi una comunità importante e i cattolici contano all’incirca 250.000 fedeli con miriadi di congregazioni, più o meno radicate nel tessuto sociale egiziano (ci sono circa 160 scuole cattoliche!). In crescita anche la presenza di comunità missionarie evangeliche.
Come festeggiano il Natale i cristiani d’Egitto?
Qui è importante distinguere tra le tradizioni dei cristiani di rito latino, per lo più immigrati e lavoratori occidentali, che si identificano quasi completamente con quelle che conosciamo anche in Italia e in Europa. Discorso a parte invece meritano i copti che, come già detto, festeggiano il Natale il 7 di gennaio, e che si preparano con un lungo avvento (40 giorni) attraverso l’astinenza dalla carne, dalle uova, dal latte e da tutti i suoi derivati. Inoltre, qui in Egitto, sono ancora forti alcune tradizioni di radice faraonica, come la confezione di piantine a forma di bue che ricordano il dio Api. Mettendo dei semi di grano nel cotone bagnato, li si porta alla germogliazione nella forma appunto del bue. Questo era anticamente segno della nuova vita e le tradizioni riguardanti le divinità Api e Osiris si fondono nella venerazione dell’allungarsi delle giornate, proprio con l’inizio del nuovo anno. Forte nella tradizione è poi una preghiera mariana con struttura settimanale, dove ogni giorno, in chiesa, vengono recitati e cantati brani e cantici alla Vergine.
Che effetto fa trovarsi nella terra in cui il piccolo Gesù fu esule nella sua prima infanzia?
Ad essere sincero, devo dire che questo pensiero mi ha sfiorato appena dopo un mese e mezzo dal mio arrivo al Cairo. Solo dopo questo periodo infatti mi sono avventurato sulle orme della Sacra Famiglia, visitando i luoghi tradizionalmente benedetti dal loro passaggio. È vero che alcune di queste chiese hanno un fascino particolare e vi si può respirare un’intensità di fede molto forte, ma è stato per me più affascinante e proficuo sperimentare il deserto nel convento di S. Antonio o in quello di S. Paolo. La Sacra Famiglia comunque, giusto per fare un esempio, campeggia nel logo dei francescani d’Egitto e viene spesso menzionata dai cristiani locali.
Don Mario come sta vivendo il periodo dell’Avvento?
Il tempo d’Avvento è per me un’esperienza decisamente interessante perché mi trovo innanzitutto sfasato con il clima (sto vestendo pantaloncini e maglietta…) e poi assorbito da un contesto che è totalmente immerso nel sacro mese del Ramadân. In casa mia, comunque, come in parrocchia, c’è la corona d’Avvento. Quella parrocchiale è più tradizionale, fatta di frasche di piante locali, la nostra è più artigianale, confezionata con giornali, cartoncino verde e candeline… bisogna adattarsi. Il calendario d’Avvento invece, con finestrelle aperte rigorosamente ogni giorno, è arrivato per posta. Anche san Nicolò quest’anno si è dovuto stringere in un pacchettino postale. L’esperienza del Ramadân, inoltre, anche se non vissuta direttamente, spero riesca ad aiutarmi a vivere meglio l’ospitalità nel cuore e l’attenzione concreta verso gli ultimi.
Un primo bilancio di quest’esperienza?
Lo studio dell’arabo è un’esperienza di umiltà che richiede impegno e costanza anche se i frutti si faticano a vedere. Le lezioni di islamistica danno più soddisfazione, ma presentano anche la necessità di una profondità nello studio della storia, dell’evoluzione del pensiero e delle tradizioni, unica via per un dialogo serio.
Decisamente importante è poi l’esperienza di chiesa locale fatta nel convento francescano (sono tutti egiziani), dove ho vissuto i primi due mesi, e le amicizie che sto intessendo con giovani musulmani. Sogno di poter essere un buon cristiano, non timoroso o vergognoso della mia realtà di fede, e di poter incontrare buoni musulmani, altrettanto radicati nella loro fede, per un confronto che non sia una pura pantomima o una farsa del politically correct, ma piuttosto lo sforzo di chi ripone la propria fiducia in Dio, lasciandoLo parlare al proprio cuore, e che quindi non ha timore di lasciare aperti discorsi iniziati o di vivere fianco a fianco, finché i tempi per una vera convivenza non saranno maturi.