Ojöp Freinademetz

Alto Adige – 19.12.2002

Giuseppe Freinademetz sarà presto proclamato santo. La causa ha compiuto il suo iter riconoscendo formalmente nella guarigione di una persona l’intercessione del beato altoatesino. Ma più degli aspetti miracolosi ciò che oggi colpisce ancora è l’attualità della sua esperienza missionaria.

Nato ad Oies in val Badia, Ojöp – Giuseppe, Josef: la santità vola più in alto delle distinzioni linguistiche – dall’età di dieci anni studia a Bressanone dove viene ordinato sacerdote nel 1875. Quello stesso anno il sacerdote tedesco Arnold Janssen (1837-1909) fonda a Steyl, in Olanda, la “Società della Parola Divina” ovvero la congregazione dei padri verbiti. A Bressanone è tempo di zelo missionario e sono molti i professori del seminario che seguono con attenzione, pur nello spirito dei tempi, l’opera di evangelizzazione di mondi lontani. Non sono anni di ecumenismo e tanto meno di dialogo interreligioso, categorie che saranno consacrate solo con il Concilio Vaticano II negli anni ’60 del ‘900. Il Tirolo è piuttosto proiettato in battaglie che oggi giudicheremmo di retroguardia, come quella per la cosiddetta “unità della fede”, tutta tesa ad impedire l’apertura di comunità protestanti nella terra tra i monti.

Freinademetz entra in contatto con Janssen nel 1878. Fa il suo ingresso nella casa di Steyl e già l’anno successivo gli è concesso di partire per la Cina. Non rivedrà più la sua amata valle. Per alcuni anni è attivo a Hong-Kong. Nel 1882 si trasferisce nella zona meridionale della provincia di Shantung dove rimarrà fino alla fine dei suoi giorni.

Il suo interiore itinerario missionario è tutt’oggi esemplare non perché esso sia stato impeccabile, ma semmai per la capacità del beato di imparare dai propri errori. Lui, che parte con l’idea romantica occidentale di convertire l’enorme paese asiatico non solo nella fede ma anche nei costumi, sarà infine convertito da esso, tanto da dire: “Anche in paradiso voglio essere un cinese”, essendo preso per matto dai suoi confratelli.

Qualche anno prima non l’avrebbe pensata così. Anche lui avrebbe considerato i cinesi una sorta di esseri inferiori: non attrattivi per gli europei, indifferenti, senza cuore, incapaci di pensieri elevati. Nulla di strano. Molti missionari erano e sono tentati da analoghi pregiudizi. E’ quella forma di razzismo “buono” che porta ad atteggiamenti paternalistici e che, di converso, impedisce il crescere civile e, ancor più, il reciproco arricchimento tra i popoli. Freinademetz esce dal pantano del preconcetto per farsi cinese tra i cinesi. In tal modo anticipa l’idea della “inculturazione”, fatta propria oggi dalla Chiesa, secondo cui ogni cultura ha la dignità sufficiente per accogliere la Parola di Dio pronunciata nel proprio linguaggio, calata nella propria peculiarità di simboli e valori.

Quando Giuseppe Freinademetz sarà stroncato dal tifo il 28 gennaio 1908, il suo aspetto è ormai da tempo quello del cinese ed il suo nome è Shen-fu.

Ma quello di Shen-fu, anima inquieta come tutti i missionari, non è cosmopolitismo disincarnato. Si tratta di un processo di apprendimento e di vera e propria conversione. E’ quanto mai presente in lui l’esperienza – anch’essa attuale – della solitudine. Già al momento del distacco dall’amata valle. “Appena io mi vidi solo a Innsbruck – scrive – e abbandonato da tutto il mondo come un orfano, subito sentii anche la verità di quelle parole, che mi disse un buon amico: quanto più si è lontano e tralasciato dagli uomini, tanto più si è vicino a Dio”. Lungo il viaggio misura il mondo con i parametri della sua terra: “Beati voi di Badia!, dice, “Entrambi i lati del mar Rosso… non sono nient’altro che deserti orribili di sabbia…” La barca che lo conduce, sulla quale “si sta sicuri come sui colli di Ojes”, è “tre volte lunga come la chiesa di Badia”. E a proposito della lingua scherza così: “In Alessandria s’intendono tutte le lingue, solamente no il badiot, perché non vi è nessun Badiot in Alessandria”. In Cina potrà parlare un’infinità di lingue ma, si rammarica, “solamente no badiot, altro che io con me”.

Col passare del tempo non verrà meno l’affetto per la sua terra d’origine. La sua nuova patria però è la Cina. Gli anni a cavallo dei due secoli sono densi di speranze, ma pure intrisi del sangue delle persecuzioni. Ormai padre Giuseppe è un cinese con tanto di codino. La stima veritiera e non strumentale per quella cultura gli permette di guadagnare l’apprezzamento anche dei capi religiosi locali. “Da seimila anni – scrive nel 1905 – per la prima volta! Il santo della Cina, il successore e l’erede di Confucio… è venuto qualche mese fa da noi alla missione… Abbiamo parlato insieme con schietta familiarità e confidenza… Effettivamente è sorta per la Cina una nuova epoca; ed è oltremodo importante mobilitare tutte le forze per utilizzare questo tempo delle grandi decisioni nell’interesse della nostra religione. Se l’Europa fosse veramente cattolica!” Non è più il “paganesimo” dei cinesi a togliergli il sonno. “Il maggior flagello per noi e pei poveri Cinesi cominciano ad essere tanti europei senza fede e perfettamente corrotti che adesso cominciano a inondare tutta la Cina. Sono bensì cristiani ma sono peggiori dei pagani; non se ne curano d’altro che di far denaro e di andare dietro a tutti i piaceri mondani”.

Shen-fu a pochi mesi dalla morte rincara la dose: “Oh che la nostra povera Europa non è sicuramente cristiana! Se lo fosse io credo tutta la Cina coi suoi 400 milioni di abitanti si farebbe cristiana. Il cattivo esempio di quei che vengono in Cina e quanto sentono di male i Cinesi che vanno e vengono dall’Europa, li rende indifferenti, anzi avversari del Cristianesimo”.

Un messaggio scomodo e sferzante per chi ancora oggi ha in mente civiltà superiori e missioni civilizzatrici.

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