Alto Adige – 17.12.2002
L’attuale tiramolla sulla devoluzione e sulle riforme costituzionali, lungi dal portare il Paese ad un clima di rinnovamento condiviso e perciò fecondo, mette in luce alcuni aspetti degenerativi della politica di ogni tempo. In altri termini: la politica viene intesa come un gioco e le istituzioni come giocattoli. Come i bambini quando giocano a prendersi: l’importante per ognuno di essi è vincere e le regole sono finalizzate a questo obiettivo. Di conseguenza si possono cambiare, a seconda dei rapporti di forza, durante il gioco se ciò garantisce il successo finale.
Ma nella politica l’obiettivo non è la vittoria di una delle parti, bensì la gestione del bene comune, allo scopo di garantire a tutti il godimento di quei diritti di cittadinanza che non possono essere in balia delle mode o delle iniziative di propaganda.

Un dato dell’attuale dibattito sembra essere quello della mancanza di un autentico confronto tra i rappresentanti dei cittadini. Si può porre mano alla Costituzionale senza un ragionato consenso tra le parti? Perché, appunto, la carta costituzionale non è un giocattolo con cui trastullarsi per un pomeriggio, finché è ora di andare a nanna e quindi di rimettere tutto a posto. Essa è la base della convivenza civile di uno Stato, la premessa di tutte le regole, la garanzia della pari dignità delle persone.
Potrebbero far sorridere i ripetuti appelli all’unità nazionale che verrebbe infranta con l’entrata in vigore della devoluzione bossiana. Non si proclamano forse tutte le forze politiche favorevoli non solo al decentramento, non solo alle autonomie, ma persino al federalismo? E allora che cosa può esserci di male se le regioni ricevono maggiori competenze nei campi della sanità, dell’ordine pubblico e dell’istruzione? Tanto più che in questi settori, si affretta a dire chi dalla maggioranza vuole rassicurare sulla portata tutt’altro che rivoluzionaria della riforma, molte competenze le regioni ce le hanno già, si tratta solo di chiarirle meglio. Addirittura il centrodestra riconosce oggi che il vero passo verso uno stato federale è stato fatto dal centrosinistra con la riforma del titolo quinto della Costituzione. Ma non era contraria la Casa delle libertà a quella riforma?
Tanti interrogativi per sottolineare il deficit di informazione con cui deve far i conti del cittadino destinatario ultimo, a parole, di ogni innovazione legislativa. Tanti punti di domanda per ribadire come le leggi costituzionali possano diventare strumenti vuoti, utili solo alle parti per primeggiare o addirittura, come è stato detto, per “passare alla storia”.
Dunque c’è da temere per l’unità nazionale? La risposta sarebbe senz’altro no, se la riforma non provenisse da una parte politica che fino a ieri predicava la secessione e se i suoi alleati non stessero facendo buon viso a cattivo gioco pur di mantenere l’immagine di una coalizione unita, compatta e determinata.
D’altra parte vale la pena invocare l’unità nazionale ad ogni piè sospinto, da parte ad esempio del centrosinistra, paventando il rischio della frammentazione territoriale o della scomparsa dell’italiano in una selva di dialetti?
Un maggiore tasso di serenità di giudizio e di pacatezza nel linguaggio farebbe bene a tutti. Non ha senso caricare i concetti di unità nazionale e di federalismo di valenza ideologica. La questione fondamentale è come far meglio funzionare le istituzioni in modo tale che esse sappiano maggiormente corrispondere alle esigenze dei cittadini, tenendo conto che molti di essi vivono in condizioni tutt’altro che felici e non sanno che farsene dei giochetti della classe politica.
Si parla da anni, anche a livello europeo, di sussidiarietà, un’idea che tutti condividono e a volte impropriamente evocano a giustificazione delle proprie posizioni. Sussidiarietà significa che se un comune può fare una cosa, è inutile che la stessa cosa la faccia la provincia, la regione o lo Stato. Detto in altri termini: ci sono alcune funzioni che è ragionevole vengano esercitate dagli enti locali, altre dallo Stato, altre ancora dall’Unione Europea. Ognuno dovrebbe concentrarsi su ciò che sa fare meglio. Ecco un criterio abbastanza semplice per chi voglia far funzionare le cose. Ma se è davvero così semplice, perché tanta confusione e tanto fumo negli occhi ai cittadini?