La diocesi indaga sul disagio sociale

Alto Adige 5.12.2002 Intervista a Mauro Randi

I rappresentanti delle parrocchie altoatesine che in questi mesi hanno svolto una capillare analisi dei bisogni sociali presenti sul proprio territorio, si incontrano oggi a Bressanone per fare un primo punto della situazione. Analogamente alcune settimane fa presso l’Istituto Rainerum di Bolzano si era svolto un primo incontro tra le associazioni ed i movimenti cattolici che. Su invito del vescovo, anch’essi si si interrogano sul tema dell’“impegno dei cristiani per il bene comune”. È un lavoro che, coordinato dalla Caritas, dura per tutto l’anno a vari livelli. Lo stadio attuale è quello dell’osservazione, della rilevazione delle povertà presenti in Alto Adige.

“Quella del disagio – dice Mauro Randi, direttore della Caritas – è una questione complessa, che non comprende solo i bisogni materiali. È necessario pensare ad interventi strutturali che prevengano emarginazione e disagio; ciò che può fare l’urbanistica, ad esempio, è molto”. Mentre le parrocchie esaminano ora i risultati delle loro indagini, le associazioni si ritroveranno in gennaio per valutare insieme la situazione fotografata e prepararsi al passo decisivo dell’agire, che sarà il tema di un terzo incontro.

Mauro Randi, come si è svolta la rilevazione dei bisogni da parte dei movimenti?

La rilevazione, trattandosi di associazioni e gruppi strutturati, si è svolta secondo le consuete modalità di coinvolgimento in atto presso le diverse realtà. Chi ha posto il quesito alle articolazioni territoriali in occasione degli incontri già programmati, chi ha indetto incontri ad hoc, chi ha organizzato il lavoro predisponendo dei gruppi di lavoro specifici. È chiaro che la rilevazione non possiamo definirla scientifica, ma sicuramente pur nella propria parzialità ogni gruppo o associazione ha analizzato le problematica che incontra nel quotidiano della propria azione e del proprio intorno.

Quali sono dunque i bisogni rilevati dalle associazioni?

Indubbiamente i bisogni materiali si sono concretizzati nei diversi settori: casa, assistenza agli anziani, problematiche legate al disagio famigliare, questione minori. Tutti però hanno evidenziato la necessità di valutare sempre più le povertà legate alla solitudine, al bisogno di relazioni umane significative.

Sono emerse anche alcune povertà inedite?

Si affacciano i primi problemi legati alle dipendenze da gioco e, non meno importante, lo stato di bisogno tocca persone che pur essendo ancora in età lavorativa non riescono a trovare una ricollocazione nel mondo del lavoro.

Come procede ora il programma diocesano e quali prospettive concrete avrà tutto il lavoro?

Il programma è strutturato su due livelli: il primo sul piano diocesano, attraverso il coinvolgimento delle aggregazioni laicali, il secondo a livello delle singole parrocchie, procede in modo analogo. Dopo la lettura del territorio è necessario capire quali sono le priorità da affrontare, con quali strumenti e in che tempi. Successivamente si affronterà la elaborazione di un progetto per rispondere a queste priorità. L’obiettivo è quello di fare in modo che la comunità cristiana assuma consapevolmente un impegno chiaro, concreto, valutabile nei risultati.

Un recupero della responsabilità sociale e politica?

L’impegno della Diocesi in questa iniziativa è quello di rafforzare la dimensione del servizio alle persone, da parte delle comunità cristiane, e di recuperare la dimensione propositiva e partecipativa all’interno delle scelte socio-politiche delle istituzioni pubbliche nel rispetto dei ruoli di ognuno.

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