Alto Adige – 26.11.2002
Un’eredità può essere fatta di cose o di parole. Oppure ancora può essere una spinta, un invito ad assumere uno stile, ad usare certi criteri, ad essere attenti a certi segnali.
Don Giuseppe Rauzi di queste spinte e di questi inviti ne lascia tanti a chi voglia raccoglierne l’eredità. Lo dimostra se non altro lo smisurato affetto del quale la sua comunità e tutta Bolzano lo sta onorando ora che non c’è più (pur nella consapevolezza che lui in realtà c’è ancora). Un prete amato. Un prete di cui molti ammettono che sentiranno la mancanza. Con una particolarità: chi lo piange non è solo il fedele cattolico che perde un parroco. E’ il collega di scuola, il fratello minore che ha trovato spazio e dignità nelle sue strutture, l’interlocutore di un dialogo continuo.
Non si è mai visto don Rauzi mettersi su un piedestallo o ambire a glorie e spazi personali. Era piuttosto, e ci teneva ad essere, lontano dal centro. Questa sua periferia ecclesiale e sociale diventava luogo privilegiato dell’incontro.

Nella sua esperienza pastorale c’è forse molto della Chiesa del futuro. Le piccole dimensioni, innanzitutto, come quelle delle prime comunità cristiane, presenza seminascosta e al tempo stesso fonte di luce e segno di contraddizione. Situazione di frontiera, soprattutto. Perché solo sulla frontiera o sulla soglia la Chiesa può essere fedele al suo mandato, quello di annunciare la Buona Notizia di cui è depositaria. Chiusa tra le quattro mura di un edificio, protetta in atteggiamenti di difesa nei confronti del mondo, la Chiesa è destinata fatalmente a parlare a se stessa, ovvero ad essere muta. Don Rauzi, costretto al silenzio dal progredire della malattia, ha avuto la grazia in tal modo di testimoniare proprio negli ultimi sofferti mesi della sua esistenza che c’è una Parola che va al di là della parola. Il dialogo è anche silenzio, è soprattutto ascolto.
Don Giuseppe prete di frontiera, un passo più in là di molti altri? Forse sì. Ma il vero riformatore, o meglio precursore, non è colui che sa andare molto avanti, bensì colui che sa tornare molto indietro. Indietro fino alle origini. Ed ecco il suo insistere sulla riscoperta delle radici del cristianesimo, identificate con l’ebraicità di Gesù di Nazareth. Un passo, questo, che richiede cultura, ovvero la curiosità di capire come gli uomini, nel corso dei secoli, hanno tentato di dare una risposta alle domande essenziali. Ma anche il confronto con la cultura, per la Chiesa, esige la capacità di porsi sulla soglia, anzi di “uscire dal tempio”, non tanto per convincere, quanto per ascoltare.
Le migliaia di persone che oggi manifestano la loro stima per il parroco della Visitazione, gli sono legati probabilmente anche per aver appreso da lui lo stile, a volte inconsueto tra gli uomini di Chiesa, del rispetto per chi non sa credere, o crede diversamente, oppure cerca onestamente di trovare con i propri strumenti una risposta a molti perché. Don Rauzi è stato forse un prete che non ha dato risposte perentorie dall’alto di un pulpito o al riparo di un altare. Consapevole che la Verità è solo un punto di arrivo mentre la condizione del cammino è il dubbio, nel rapporti con se stessi, ed il dialogo nel rapporto con gli altri.