Don Primo Michelotti

Vita Trentina – 24.11.2002

Sono molti i meriti di don Primo Michelotti, il sacerdote recentemente scomparso all’età di 91 anni, anche se lui, nel suo testamento, non fa che chiedere perdono al Padre per i suoi errori. La tappa tra le più significative della vita di don Primo è certamente quella di Merano, città che allora apparteneva alla diocesi di Trento, in cui si fermò per quasi vent’anni, dal 1937 al 1956. Anni non facili. Dapprima il fascismo che non è tenero nemmeno con la Chiesa. Don Primo ricordava l’avventura di un altro grande prete, don Giacinto Carbonari, allora parroco a S. Spirito di Merano, cui il podestà stava “espropriando” la canonica per fare spazio alla costruzione della nuova Casa del Fascio. Di fronte ai rifiuti di don Carbonari il podestà “furibondo chiamò don Carbonari, lo tenne in ufficio per due ore, urlando e piantando il pugnale sul tavolo, finché gli fece sottoscrivere una dichiarazione che lui non era contrario a che la canonica fosse separata dalla chiesa”.

A Merano don Primo si era dedicato da subito anima e corpo alla scuola, dove insegnava non solo come catechista, e all’educazione dei giovani: prima della guerra con l’Azione cattolica, unica realtà associativa tollerata dal regime, e poi anche con gli scouts e le guide. A lui si devono la fondazione dei gruppi locali della S. Vincenzo, delle Acli, l’animazione della Poa e di altre iniziative dedicate ai giovani.

Ma il coraggio di don Primo si era manifestato, pur senza ostentazione, soprattutto durante la Seconda guerra mondiale. In un primo tempo si era limitato a raccogliere i soldati in canonica, per discutere, per offrire alcune conferenze. Tra loro il giovane Giuseppe Lazzati, che successivamente divenne uno degli esponenti di spicco del popolarismo italiano e rettore dell’Università cattolica di Milano. Fu don Michelotti, dopo l’8 settembre, a precipitarsi a Milano, da padre Agostino Gemelli, per evitare a Lazzati la prigionia (v. sotto).

Ai tempi dell’occupazione nazista fu don Primo a farsi in quattro per aiutare la povera gente rimasta senza alcuna assistenza. “Visitavo quasi ogni settimana il campo di concentramento di Silandro, dove c’erano una cinquantina di soldati custoditi da alcuni militari della regione di Danzica, i quali mi permettevano di passare la notte in caserma e curare la Messa. Così si organizzava il modo di fuggire per quelli che ne avevano il coraggio. Ero d’accordo con un macchinista, il quale accoglieva sulla locomotiva una o due persone e le portava a Merano di notte. Venivano in canonica, si travestivano e poi si allontanavano”.

Fu don Primo ad aprire le porte della chiesa e della canonica di S. Spirito ai soldati in fuga: senza chiedere da quale parte stessero. Fu lui a recarsi al campo di concentramento di Bolzano a raccogliere notizie sugli ebrei internati. E fu don Primo che tornò con mezzi di fortuna a Milano dove il cardinale Schuster gli affidò una colonna di camion carichi di viveri che poi furono scaricati di notte davanti alla chiesa di Cristo Re a Bolzano. Il cardinale, nel 1944, gli consegnò anche una grossa somma di danaro per aiutare gli ebrei.

Quando il 30 aprile 1945 Merano fu insanguinata con la strage nel corso della quale i soldati tedeschi spararono sul corteo che festeggiava la fine della guerra (ci furono diversi morti), la sera si riunì un Comitato di liberazione nazionale. Don Primo era lì. I soldati tedeschi lo avevano cercato invano tutto il giorno. Non guardava in faccia a nessuno, si diceva, un limite e contemporaneamente un pregio. Così nei primi giorni del maggio 1945 “anche i soldati tedeschi che scappavano venivano da noi”, raccontava. “Abbiamo riempito tutta la canonica di soldati tedeschi… Prima di italiani, poi di belgi, poi di tedeschi…” Don Primo era fatto così.

“Finita la guerra – raccontava – feci parecchi avventurosi viaggi per cercare i giovani meranesi già arruolati tra i repubblichini e fatti prigionieri dagli americani. Fui il primo che poté entrare nel campo di Coltano, dove trovai quasi tutti”.

Lasciò la città nel 1956 prima per Taio, poi per Mezzolombardo e Trento. Ma Merano gli rimase nel cuore, tanto che quando, tra il 1969 e il 1973 fu missionario in Mozambico, fece costruire tre villaggi che chiamò Merano 1, Merano 2 e Merano 3.

Volevo liberare Lazzati

Don Primo Michelotti a Merano incontrò anche Giuseppe Lazzati, che dopo la guerra sarà, tra le altre cose, membro dell’Assemblea costituente, Rettore dell’Università Cattolica di Milano, fondatore dell’associazione “Città dell’uomo”. Lo stesso don Primo raccontò così quei giorni.

“Il prof. Lazzati lo conobbi sottotenente a Merano, perché frequentava il convegno militari che tenevamo in canonica.

Quando venne la capitolazione in settembre, i tedeschi chiusero i soldati nelle caserme, ma lasciarono liberi gli ufficiali, con l’ordine di presentarsi il giorno dopo. Io pensai che fosse un modo per dire loro di scappare, e riuscii a persuadere di farlo il prof. Giuseppe Tomasi che dormiva in canonica. Quasi tutti gli altri si attennero ai consigli dei superiori, anche Lazzati. Ma mi disse di provare a chiedere a p. Agostino Gemelli, rettore della Cattolica di Milano, di dichiarare che lui era necessario per l’università.

Riuscii a montare su un camion militare e giungere a Milano. Chiesi a p. Gemelli di farmi la dichiarazione; egli poi mi disse di farla tradurre in tedesco dal professore di lingua all’università. Il quale però si scusò col dire che ai tedeschi bisognava presentare una domanda con i termini esatti e quindi che la facessi tradurre a Merano. Così p. Gemelli mi diede un foglio intestato dell’università con la sua firma e il timbro.

Quando arrivai a Merano però potei solo salutare da lontano Lazzati ormai sul camion in viaggio per la Germania. Feci comunque tradurre la domanda di p. Gemelli e scriverla sul foglio in bianco dell’università e per mezzo di una suora delle Dame Inglesi fu presentata al comando tedesco”.

Forse in seguito anche a quella sollecitazione l’ordine di scarcerazione del prof. Lazzati arrivò davvero. E’ noto peraltro che a quel punto Lazzati si rifiutò di abbandonare il campo per restare “prigioniero tra i prigionieri” e per non dover scendere a compromessi di nessun tipo con i nazisti.

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