Alto Adige – 23.11.2002
Le persone ed i popoli hanno un rapporto conflittuale con il proprio passato. Essi cercano di addomesticarlo, di renderselo amico o di dimenticarlo quando esso, come spesso avviene, rappresenta un fardello troppo pesante. D’altra parte è proprio la perdita di un legame sereno con la storia che ci impedisce di capire e, se necessario, di giudicare il nostro presente. Come si può farsi un’idea della tragica situazione in Israele senza avere in mente almeno un secolo di avvenimenti? Come si può capire l’Europa senza cercarne l’atto ideale di nascita nella notte dei tempi? Lo stesso vale per la nostra regione, la cui attuale conformazione è un derivato di mille vicende. Ha ragione da vendere Romano Viola nell’invitare il mondo della scuola altoatesino di lingua italiana a prendere maggiormente sul serio la storia locale. In caso contrario lo sbando sarà il suo destino ed il disagio ne è già un sintomo eloquente. La perdita di memoria, in medicina, è considerata una patologia. Perché invece essa a livello sociale e politico deve essere la quasi normalità?

Va certamente investito in abbondanza nella produzione storica e nell’insegnamento della storia, quella locale inserita nel più ampio contesto di quella universale, mai l’una avulsa dall’altra. Ma ci sono degli ostacoli. La storia è spesso stata qualcosa di diverso da una semplice materia di insegnamento. Essa ha avuto i connotati dello strumento ideologico. Infatti comprende una tale vastità di elementi al punto che è assai agevole, anche a chi agisca in buona fede, selezionarne una manciata in modo funzionale ad una tesi precostituita. Ciò avviene quando si usa la storia non per spiegare il presente ma per suffragare un’idea, per giustificare una scelta che, come tale, è sempre di parte.
Don Lorenzo Milani, nella sua appassionata autodifesa di fronte ai giudici di Firenze, procedeva ad una rilettura dei miti del Risorgimento italiano con particolare attenzione all’esaltazione delle varie guerre, arrivando a dire di essere stato “volgarmente mistificato” dai suoi maestri. “Ora che sono maestro io e ho davanti questi figlioli di 13 anni che amo, vorreste che non sentissi l’obbligo non solo morale, ma anche civico di demistificare tutto?”
In Alto Adige la storia ha molto a che fare con la lingua. L’insegnamento dell’una e dell’altra non sono esenti da ripercussioni di carattere sociale e politico ben più che non la geografia, la chimica o la matematica. Storia e lingua sono le due armi con cui da un secolo e mezzo combatte ogni nazionalismo, non solo nel Sudtirolo.
Se “demistificare” è obbligo civile, la prima domanda da porsi non è quanta storia, ma “quale” storia insegnare. E qui il discorso si farebbe lungo: quali fonti, quali pubblicazioni, quali testimonianze usare… Che peso dare ai simboli, come spiegare sconfitte e vittorie oppure come prescindere da esse, l’appello alle quali fa appunto parte dell’uso ideologico della storia?
Una prima idea da demistificare è quella che considera il vecchio Tirolo come un’entità monolingue, nella quale solo in tempi recenti si siano inseriti elementi linguistici ad esso estranei. Dal momento che si parla di insegnare la storia ai ragazzi del gruppo italiano, potrebbe essere un buon punto di partenza spiegare che il Tirolo è da sempre una zona caratterizzata dalla convivenza di diversi gruppi e che le cesure storiche ed i confini linguistici sono più nelle nostre teste che non alle porte di Salorno. Lo stesso Alto Adige non è mai stato compattamente monoetnico: il prevalente gruppo tedesco si è accompagnato sempre ai ladini di Gardena, Badia e, fino a non molti secoli fa, di Venosta, nonché agli italiani di Bolzano, Merano, la valle dell’Adige e la Bassa Atesina, intrattenendo contatti costanti, oltre che con l’Austria e la Baviera, anche con il Trentino, il Veneto, la Lombardia e, in tempi più remoti, la Toscana. Specularmente in Trentino il prevalente gruppo italiano ha convissuto con le sue consistenti minoranze o colonie tedesche e ladine. Solo dopo la metà dell’800 si è cominciato a ritenere necessaria, sulle basi ideologiche dei nuovi nazionalismi, un’opera di purificazione linguistica al di qua e al di là di Salorno.
Il gruppo italiano dell’Alto Adige è giusto che conosca la storia di questa terra che è anche la sua storia, e non è fatta solo di semirurali, fascismo, monumenti e autonomie. C’è una storia, determinante, del ‘900 e ce n’è una, in parte dimenticata, in parte rimossa, dei secoli passati. Essa è talmente importante che il Tirolo non sarebbe mai stato quello che è stato senza l’incontro tra l’elemento italiano e quello tedesco. Solo alcuni piccoli esempi: Mainardo II non avrebbe fatto storia senza ispirarsi agli sviluppi allora in atto nell’Italia centro-settentrionale e senza uno scambio vicendevole con i fiorentini che animavano allora la vita economica e sociale di Bolzano e Merano. La figura di Andreas Hofer, che andò da ragazzo in Trentino per imparare l’italiano, non si capisce se non come il risultato di due secoli di presenza e di attività di ordini religiosi, come i cappuccini o i gesuiti, le cui comunità in Alto Adige erano spesso linguisticamente miste e comunque si ispiravano al risveglio spirituale italiano, come insegnano storici “locali” del calibro di B. Weber e J. Kögl. La rinascita in chiave turistica dell’antica capitale del Tirolo, Merano, non sarebbe neppure pensabile senza il lavoro di migliaia di meranesi di lingua italiana che a cavallo tra ‘800 e ‘900 hanno cambiato con malta e cazzuola, sega e pennello, squadra e compasso, il volto della città. Tutto questo avveniva ben prima del novembre 1918. Non è strano che se ne sia persa la memoria? Si tratta, sia chiaro, di una memoria comune a tutti i gruppi linguistici, che dunque va ricercata, indagata e trasmessa alle nuove generazioni (e non solo). Sapere che l’idea di un Alto Adige plurilingue e dai molti protagonisti non è solo il parto fantasioso di qualche bella mente ma è suffragata da una montagna di riscontri storici, mi pare un contributo fondamentale ad una comunicazione autentica tra coloro che vivono e vivranno in questa terra.