Alto Adige – 15.11.2002
A rileggere la storia del nostro illuminato Occidente, a meditare, se è mai possibile, la cronaca quotidiana, ci si rende conto di quanto necessaria sia la presenza degli ebrei fra di noi. Essi sono un “segno di contraddizione” non solo sul piano teologico, ma anche su quello della civiltà. In altri termini: il tasso di antisemitismo espresso da una determinata epoca è spesso sufficiente per smascherarne le debolezze e le contraddizioni.
Chi ha avuto la fortuna di leggere le antiche storie del popolo ebraico non può che esserne rimasto immensamente affascinato. Tanto più misteriosa è l’avversione antisemita che nel corso dei secoli, già prima dell’era cristiana, ha caratterizzato spesso l’atteggiamento degli altri popoli. Un atteggiamento fatto di stupore, di rifiuto e di quella diffidenza che ognuno prova di fronte ad un fenomeno per cui non si hanno gli strumenti necessari ad un giudizio pacato. L’antisemitismo, nelle sue diverse ed articolate forme, è forse la sintesi di ogni razzismo.

Non passa giorno, anche oggi, che non si venga in qualche modo costretti a confrontarsi con il presente ed il passato del popolo ebraico. La situazione in Palestina ed Israele è spunto quotidiano di sciocche generalizzazioni e di una recrudescenza antiebraica da parte di coloro che non sanno distinguere tra un popolo e un governo. È di poche settimane fa la rivelatrice gaffe di un membro di un partito altoatesino. Sono di qualche giorno fa le espressioni di rammarico di Vittorio Emanuele, l’erede del suo omonimo nonno che, da re, il 10 novembre del 1938 aveva promulgato le leggi razziali volute da Mussolini che avevano dato il via alle persecuzioni per gli ebrei italiani. Un atto che ora, con qualche anno di ritardo, viene definito “il ricordo di una macchia indelebile per la storia della famiglia”.
Ci vorrebbero volumi interi per raccontare la lunga storia dell’antisemitismo. Ma certamente è opportuno dire che la “macchia indelebile” non è solo un affare di Casa Savoia. Una macchia, ad esempio, nella storia dell’Alto Adige. Come non dimenticare che la prima deportazione di ebrei dall’Italia (sia pure occupata) subito dopo l’8 settembre 1943 avvenne proprio a Merano, dove la comunità israelitica aveva prosperato per molti decenni dando un contributo essenziale allo sviluppo della città?
Un’altra considerazione va fatta. L’antisemitismo contemporaneo nasce concretamente e prende forma di pari passo con i nazionalismi. I sovrani illuminati di fine ‘700 avevano posto fine a secoli di discriminazione istituzionalizzata e gli ebrei, liberi dai tradizionali vincoli, avevano così potuto inserirsi nel tessuto sociale. Molti di loro si erano fatti strada suscitando le invidie dei loro concittadini. Soprattutto nell’area germanica si era fatto strada il folle mito della razza e gli ebrei, al pari di altri, furono accusati di fiaccarne la purezza. Conosciamo tutti l’epilogo di quell’avventura, “macchia indelebile” della storia europea. Ma dopo che è stato tolto, oltre cinquant’anni fa, il velo su Auschwitz come mai non è scomparsa per sempre ogni forma di razzismo e di nazionalismo?
E ancora: sarebbe “bello” che l’antisemitismo fosse stato solo patrimonio di nazisti e nazionalisti. Purtroppo non è così. Persino la Chiesa ed i movimenti di ispirazione cristiana non sono senza macchia. Non erano rari, nei discorsi dei militanti cristiano-sociali trentini e tirolesi a cavallo tra ‘800 e ‘900, gli accenti antiebraici. Ispirandosi alle parole del carismatico sindaco di Vienna Karl Lueger, ammirato anche da Hitler, si usava la parola “ebreo” come un’offesa per gli avversari politici, si proclamava la necessità di “liberare le classi operaie dallo strozzinaggio giudaico”, si definivano gli ebrei come “strozzini, sfruttatori, e parassiti” intenti a lavorare “pei loro avari interessi” e si invitava al boicottaggio dei loro negozi. Tutto questo avveniva non solo a Vienna, in Polonia o in Russia, ma anche tra le strade delle nostre città, dove furono pronunciate le frasi virgolettate. Scriveva un giornale cattolico della diocesi di Trento che comprendeva buona parte dell’Alto Adige: “Che un antisemitismo ragionevole, rispettoso delle leggi della giustizia cristiana, sia nei nostri giorni addirittura un dovere di ogni cattolico, nessuno potrebbe seriamente metterlo più in dubbio”.
Se quell’antisemitismo cattolico ha avuto essenzialmente ragioni religiose e politico-sociali, non fu certo esente da connotazioni razziste e, soprattutto, contribuì fatalmente a creare un clima in cui il razzismo biologico poté prosperare fino ad arrivare ad attuare quasi indisturbato la sua soluzione finale.
Per il ruolo che le si riconosce la Chiesa cattolica è portatrice di una grave responsabilità storica. A differenza di molti altri però, ad onor del vero, essa ha saputo, nel corso del ‘900, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II (anni ’60), porsi in modo critico di fronte a questo aspetto del proprio passato, manifestando un fino ad allora inedito rispetto fraterno verso il popolo ebraico e la sua religione e chiedendo a più riprese perdono ai “fratelli maggiori”. Nell’aderire all’iniziativa “Per non dimenticare”, per la costruzione di una lapide commemorativa per il cimitero ebraico di Bolzano, il vescovo Wilhelm Egger è stato chiaro quando ha detto: “E’ sempre necessario tornare a riflettere sul fatto che anche la nostra chiesa cattolica è corresponsabile della storia di dolore del popolo ebraico nel secolo passato”. Inoltre: “E’ importante che noi cristiani ci ricordiamo sempre delle radici ebraiche della chiesa”. E’ l’invito esplicito e coraggioso a superare ogni razzismo. La nostra storia non sarebbe pensabile senza il popolo ebraico, benefico “segno di contraddizione”.