Alto Adige – 5.11.2002
La questione sollevata da Silvano Faggioni a proposito dei rapporti degli abitanti dell’Alto Adige con la cultura e gli stili di vita dell’area tedesca e di quella italiana è seria e meriterebbe un dibattito articolato. Nel secolo passato si è posto il problema della germanizzazione e dell’italianizzazione spesso come se fosse solo una questione di lingua. Lo è, in parte, ma è anche molto altro. Se c’è una costante nella storia di questa regione è proprio, da molti secoli, l’atteggiamento di chiusura o di apertura verso i mondi culturali di cui da sempre la terra tra i monti è cerniera, punto di incontro o frontiera.
I rapporti con la cultura della Penisola e l’italianizzazione richiederebbero lunghi discorsi, ma parliamo pure di “germanizzazione”. Essa non è solo, come potrebbe sembrare, un fatto degli ultimi decenni. Per secoli nel Tirolo, soprattutto dopo la Riforma, si era sviluppato un senso di diffidenza verso il nord germanico. Ai primi dell’800 c’erano state persino delle guerre contro i bavaresi e tutta l’epica hoferiana, riletta solo successivamente in chiave pangermanica, fu un opporsi strenuamente ad una colonizzazione culturale e istituzionale ritenuta quanto mai estranea.

Ancora a metà ‘800 il Tirolo, soprattutto quello sito a sud del Brennero, con la cultura germanica ha in comune forse solo la lingua. Nel 1846 E. von Hartwig, nelle sue “Lettere sul Tirolo” pubblicate a Berlino, dà una descrizione degli usi tradizionali del Meranese, meravigliandosi che tra essi manchino alcuni elementi della tradizione nordica la cui assenza oggi sarebbe ben difficile da immaginare. Von Hartwig si stupisce molto, ad esempio, che a Merano “non si conosce la festa del compleanno”, mentre si festeggia ovunque l’onomastico, ad opera, questo, della Chiesa che secondo il suo punto di vista favorirebbe i tratti religiosi (i nomi dei santi) a scapito di ogni soggettività della persona. Ma c’è di più: “Anche la bella festa del Natale per i bambini non la si conosce, e quando io ho raccontato dei nostri alberi di Natale, delle loro chiare luci, dei doni d’amore che vi si depongono sotto (…) essi spalancavano gli occhi, non ne avevano la più pallida idea”. Chi se lo immagina oggi un Tirolo senza albero di Natale? Ma c’è di più: chi si potrebbe figurare l’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, senza l’abete adornato e i pacchi dono? Tornando a metà ‘800 ecco che già nel dicembre 1866 padre Bernhard Wilhelm allestisce nelle aule di una scuola meranese una prima festa dell’Albero di Natale. Anche questo è “germanizzazione”, ovvero appropriazione di tratti della cultura germanica. Però oggi attribuire all’albero di Natale tratti nazionali non viene spontaneo a nessuno. Del resto anche l’“italiano” presepio si è fatto strada al di là dello spartiacque alpino. Possiamo parlare di reciproca fecondazione culturale?
Ma di lì a poco, nella seconda metà dell’800, germanizzazione e italianizzazione avrebbero assunto ben altri connotati. Prendono piede infatti i nazionalismi ed anche la “cultura” diventa strumento di lotta. Non più terreno di incontro ma di scontro. Mentre i tirolesi italiani con un occhio guardano alla loro appartenenza all’Austria plurinazionale e con l’altro ad un inedito regno d’Italia, i tirolesi tedeschi sono contesi tra la fedeltà ad una secolare dinastia e l’idea di una grande patria che unifichi le persone in base ad una lingua. Da allora in avanti germanizzazione e italianizzazione significheranno sopraffazione, difesa, divisione, etnocentrismo. Sono proprio certi influssi pantedeschi di matrice germanica, tra fine ‘800 e inizio ‘900, a minare alla base l’idea del Tirolo storico, più ancora di un irredentismo trentino dalla scarsa base popolare. Negli anni tra le due guerre mondiali, inutile ricordarlo, il richiamo d’oltre Brennero sarà ancora più nefasto. Non più fecondazione culturale, ma richiami sempre più intensi alla comunità di razza. Così anche da parte italiana: la cultura proposta (imposta) sarà quella della Roma imperiale, quella delle vittorie, delle civiltà superiori, della prevaricazione nazionale, arrecando in tal modo danni soprattutto alla comunità altoatesina italiana che oggi si trova, chissà perché, spaesata.
Detto questo nemmeno l’Alto Adige di inizio terzo millennio può sfuggire, salvo cambiare collocazione sulla carta geografica, agli influssi culturali provenienti da nord e da sud. Ma come dimostrano tutta una serie di circostanze ancora manca la capacità di distinguere la colonizzazione dalla comunicazione culturale. Si è ancora tentati di agire in modo tale che aprire le porte ad una cultura debba significare sloggiarne un’altra (come avviene in qualche modo in questi giorni con i contadini italiani di Sinigo; come è avvenuto in passato con gli impiegati o i maestri tedeschi; come succede in tante, troppe, parti del mondo).
Inoltre: la vicinanza di due aree culturali non significa necessariamente che gli italiani debbano cercare se stessi a sud, i tedeschi a nord. Nel corso della nostra storia non è sempre stato così ed i momenti di maggiore vitalità culturale, politica ed economica sono stati quelli in cui le due culture hanno saputo parlarsi ed arricchirsi a vicenda. Troppo difficile per noi uomini etnicizzati e globalizzati del ventunesimo secolo? I nazionalismi, di cui si fa così fatica a liberarsi, sono la negazione di ogni vera cultura.