Che cosa ne sappiamo della guerra

Alto Adige – 30.9.2002

In questi giorni è possibile vedere quanto poco la globalizzazione abbia in realtà a che fare con la democrazia. Sono in atto una serie di manovre diplomatiche più o meno evidenti per aprire sul pianeta un nuovo fronte di guerra, ma la stanza delle decisioni sembra essere lontana anni luce da coloro che, almeno in quella civiltà occidentale che si vuole difendere, sarebbero i detentori primi della sovranità. Fa eccezione forse, e per puro caso, la Germania in cui, essendo previste le elezioni politiche, l’elettorato ha potuto in qualche modo esprimersi anche sulla futura guerra irachena.

Ma la questione non è tanto quella di indire un referendum consultivo per approvare o per respingere un’avventura bellica. Il vero problema è che, nell’era della cosiddetta globalizzazione, l’informazione che circola tra la gente rispetto a ciò che sta succedendo è minima. E dove non c’è sufficiente informazione, non può esserci vera partecipazione popolare né, di conseguenza, democrazia.

Che cosa ne sappiamo noi veramente degli obiettivi di una guerra? Poco o nulla. Ad esempio: nel 1991, in occasione della prima guerra all’Iraq, poteva essere superficialmente evidente la necessità di un intervento. L’Iraq aveva invaso un altro Paese e la comunità internazionale non poteva tollerare la cosa. Ma era davvero (solo) questo il motivo scatenante della “Tempesta nel deserto”, che subito i maligni presero a chiamare “guerra del petrolio”? Quali sono stati gli obiettivi di natura economica che hanno consigliato quell’intervento? Perché le ostilità non si sono concluse dopo che le truppe di Saddam hanno abbandonato il Kuwait? Perché c’è stato un embargo che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime? Dopo tutto ciò che aveva subito, come ha potuto Saddam Hussein rimanere saldamente al suo posto per rappresentare ora, come ci dicono, un pericolo da eliminare al più presto? A tutto ciò ci sarà pure una risposta, ma noi gente comune non la conosciamo. Ecco il deficit di informazione che porta al deficit di democrazia.

Del resto sappiamo qualcosa, per rimanere più vicini nel tempo, della campagna afghana? A che cosa è servita esattamente? Se è vero che è stato rovesciato il sanguinario regime dei talebani, la pace civile è stata ristabilita davvero? E non bisognava catturare Bin Laden e i suoi compari? La guerra in Afghanistan rischia di essere un altro esempio della cattiva informazione che circola. A conti fatti oggi in pochi riuscirebbero ad elencarne gli obiettivi e dunque in pochissimi possono avventurarsi in una verifica di quanto è stato fatto. Ma la verifica dell’azione di governo è un elemento costituente di ogni democrazia.

Ma ancora. Forse fra pochi giorni o fra pochi mesi saremo di nuovo in guerra. Ancora una volta non perché lo ha deciso un organismo a base democratica in grado di valutare il bene comune su scala mondiale, ma sull’onda delle pressioni di questa o quella potenza mondiale. Come sempre ci saranno pure dei buoni motivi, ma chi li conosce? I governi occidentali, trincerati dietro ai segreti militari e di Stato, affermano di avere le prove certe della pericolosità di Saddam Hussein. Per i cittadini deve essere un atto di fede. Devono sperare che tutto vada bene. Che non si tratti di un’“avventura senza ritorno” come disse il papa undici anni fa. E, a quanto pare, aveva proprio ragione dato che l’11 settembre è in qualche modo figlio della presenza occidentale in Arabia e che la nuova Desert Storm sarà conseguenza diretta dell’11 settembre.

Si vogliono stanare i nuovi Hitler. Ma una delle caratteristiche hitleriane è stata proprio quella di prendersi gioco della democrazia…

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