Il nuovo esercito

Vita Trentina – 27.10.2002

Trasformare un esercito di leva in un esercito di professionisti non è solo una questione di adattamento alle nuove strategie o di modernizzazione. Non è un fatto economico, ma piuttosto interpella la cultura ed il senso civico di un paese.

È anche un fatto di memoria. È stata infatti l’esperienza delle due guerre mondiali del ‘900 ad indurre intellettuali, politici e legislatori a riflettere sulle forme della guerra. I padri costituenti hanno ancora in mente gli orrori del secondo conflitto mondiale quando stabiliscono che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11). Aggiungono poi che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”, che “il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge” e che “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” (art. 52).

Quasi vent’anni dopo, il prete e maestro don Lorenzo Milani, nello scrivere la sua appassionata Lettera ai giudici ha “dinanzi agli occhi quei 31 ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale”. Sono i primi obiettori di coscienza. Don Milani rivisita la storia d’Italia e delle sue guerre arrivando alla conclusione, da maestro, che in un mondo minacciato dal conflitto nucleare “l’obbedienza non è più una virtù”.

La legge che introduce il diritto all’obiezione di coscienza, sia pure con alcuni limiti, è del 1972. La Corte costituzionale riconosce il servizio civile come una forma di difesa della Patria.

Concetti come quelli di esercito, difesa, guerra oggi sembrano avere assunto diversi significati. Dopo l’abbattimento delle due torri di New York ha ancora senso obiettare, ha ancora senso un esercito di leva? Pare di no, per il legislatore italiano, anche se questo cammino parte ben prima dell’11 settembre 2001.

Il mondo delle associazioni che si ispirano ai valori della pace e della nonviolenza non ha reagito bene alla riforma dell’esercito in base al nuovo modello di difesa. C’è chi lamenta il venir meno della possibilità di obiettare. L’esercito come tale ci sarà ancora, ma un’alternativa gandhiana, sia pur parziale, alla difesa armata ancora non si intravede.

C’è chi sostiene che con l’esercito professionale la difesa della patria, che è “sacro dovere del cittadino”, in realtà viene affidata a pochi professionisti. Allo stesso modo anche il servizio civile, divenendo un fatto del tutto volontario, perde la sua veste di dovere civico.

È vero, d’altra parte, che la guerra oggi non è più quella di mezzo secolo fa, né quella della folle corsa agli armamenti nucleari. Non si tratta più, almeno per noi europei, di difendere un territorio da un’aggressione. Gli attacchi possono arrivare da un “nemico” lontano e nascosto. E poi che cosa significa difesa? Secondo la dottrina in voga negli Stati Uniti (e non solo da oggi) non si tratta di difendere la propria integrità territoriale ma principalmente i propri interessi nazionali (economici) all’estero. È compatibile questo con la lettera e lo spirito della nostra Costituzione?

Tutt’altra cosa è l’idea, anch’essa relativamente nuova, dell’intervento umanitario: in Bosnia, in Kosovo, in Africa, la comunità internazionale interviene militarmente per porre termine a conflitti in atto, con più o meno fortuna. Ma la questione su chi debba dirigere questo eventuale impiego degli eserciti a livello internazionale è ancora tutta da rispondere. L’Onu non pare ancora strutturata in modo adeguato.

In questi anni di discussione intorno alla riforma dell’esercito si sono levate molte voci all’interno del pacifismo storico. Il dehoniano p. Angelo Cavagna vede l’esercito professionale come “più sganciato dalla società; scelto idealmente da pochi, tendenzialmente esaltati; rifugio di poveri, attratti da paghe alte e mandati a fare le guerre dei ricchi”. E dice, all’indomani dell’approvazione della legge di riforma: “Le missioni di pace cui sarebbe funzionale l’esercito professionale sono uno specchietto per le allodole. La filosofia del Nuovo Modello di Difesa è esplicitamente intrisa di ‘difesa degli interessi vitali’ propri dei Paesi Nato che l’hanno formulato”.

Don Antonio Cecconi, della Caritas Italiana, rilevava che “questa riforma va a modificare il reclutamento nelle Forze Armate, ma non la natura e le finalità. Non basta una generica dichiarazione che le Forze Armate saranno impiegate in missioni di pace. Occorrerà imparare a difendere le persone prima che a conquistare i territori, operare la prevenzione dei conflitti e il mantenimento della pace, saper effettuare vera ingerenza umanitaria a tutela dei diritti fondamentali violati. Per diventare davvero forza di polizia internazionale bisogna cambiare la mentalità…” E aggiunge: “Il servizio civile in Italia è una delle poche esperienze di educazione civica oggi offerte ai giovani, grazie all’impegno della Caritas e di molti altri enti”.

Tonio Dell’Olio, di Pax Christi, sostiene che la riforma “non definisce fino in fondo i veri compiti che le Forze Armate”, e Massimo Paolicelli, dell’Associazione Obiettori Nonviolenti, parla di “sospensione dell’efficacia di un articolo della Costituzione, l’articolo 52”.

Se ai tempi di don Milani i cappellani militari consideravano gli obiettori di coscienza dei “vili”, oggi l’ordinario militare, mons. Mani, si limita a fare dell’ironia: “E’ divertente il fatto che tutti coloro che fino ad oggi hanno cercato di denigrare il servizio militare per fare propaganda all’obiezione di coscienza, oggi difendono la leva. D’altra parte capisco che per qualche organizzazione perdere gli obiettori è un problema grosso; ma c’è poco da fare, i tempi chiedono di andare in questa direzione”. La questione forse è un po’ più complessa. Lo spiega Oliviero Bettinelli: con la professionalizzazione l’esercito diviene “uno strumento di politica estera ed economica. Questo cambiamento segna inoltre un’ulteriore affermazione della ‘cultura della delega’ rispetto ai problemi nazionali ed internazionali, e di una concezione prettamente militare della loro risoluzione”. E l’obiezione di coscienza? “Non ha esaurito – dice Bettinelli – il suo compito storico. Credo che oggi l’Obiezione di coscienza vada vista ancor di più come uno stile di vita: la capacità di porsi in maniera critica verso alcuni fenomeni. E’ un qualcosa che va ben al di là del problema del Servizio Militare”.

Don Milani oggi, probabilmente, spiegano ai suoi ragazzi la “dottrina Bush”, riproporrebbe con molte ragioni “l’obbligo civico di demistificare” la storia e l’attualità. E anche Pietro Pinna, il primo obiettore italiano, insiste sulle idee che lo portarono a scontare mesi di carcere: “C’è una sola speranza, secondo me, per il nostro futuro. Il disarmo. Il ripudio della guerra. Senza mistificazioni di sorta (una guerra di difesa è pur sempre una guerra). Ma non è un obiettivo che riusciremo a realizzare a breve termine. Noi abbiamo solo iniziato”.

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