Don Primo Michelotti

Alto Adige – 24.10.2002

Chi era ragazzo tra il 1937 e il 1956 don Primo Michelotti se lo ricorda come l’instancabile educatore, il padre di tante iniziative, prete esigente ed amico, schivo e coraggioso. Don Primo si è spento lunedì sera a Trento nel suo “Soggiorno S. Vigilio per sacerdoti anziani”. Nato nel 1911 a Bolognano, era giunto in riva al Passirio nel 1937, dove si era dedicato da subito anima e corpo alla scuola, dove insegnava non solo come catechista, e all’educazione dei giovani: prima della guerra con l’Azione cattolica, unica realtà associativa tollerata dal regime fascista, e poi anche con gli scouts e le guide. A lui si devono la fondazione dei gruppi locali della S. Vincenzo, delle Acli, l’animazione della Poa e di altre iniziative dedicate ai giovani.

Il coraggio di don Primo si era manifestato, pur senza ostentazione, soprattutto durante la Seconda guerra mondiale. In un primo tempo si era limitato a raccogliere i soldati in canonica, per discutere, per offrire alcune conferenze. Tra loro il giovane Giuseppe Lazzati, che successivamente divenne uno degli esponenti di spicco del popolarismo italiano e rettore dell’Università cattolica di Milano. Fu don Michelotti, dopo l’8 settembre, a precipitarsi a Milano, da padre Agostino Gemelli, per evitare a Lazzati la prigionia. “Riuscii a montare su un camion militare – raccontava – e giungere a Milano. Chiesi a p. Gemelli di farmi la dichiarazione che Lazzati era necessario all’Università. Quando arrivai a Merano però potei solo salutare da lontano Lazzati, ormai sul camion in viaggio per la Germania”. Il professore rimase poi nel campo di concentramento a Dachau, essendosi rifiutato di farsi arruolare tra le file della Repubblica Sociale.

Ai tempi dell’occupazione nazista fu don Primo a farsi in quattro per aiutare la povera gente rimasta senza alcuna assistenza. “Visitavo quasi ogni settimana il campo di concentramento di Silandro, dove c’erano una cinquantina di soldati custoditi da alcuni militari della regione di Danzica, i quali mi permettevano di passare la notte in caserma e curare la Messa. Così si organizzava il modo di fuggire per quelli che ne avevano il coraggio. Ero d’accordo con un macchinista, il quale accoglieva sulla locomotiva una o due persone e le portava a Merano di notte. Venivano in canonica, si travestivano e poi si allontanavano”.

Fu don Primo ad aprire le porte della chiesa e della canonica di S. Spirito ai soldati in fuga: senza chiedere da quale parte stessero. Fu lui a recarsi al campo di concentramento di Bolzano a raccogliere notizie sugli ebrei internati. E fu don Primo che si tornò con mezzi di fortuna a Milano dove il cardinale Schuster gli affidò una colonna di camion carichi di viveri che poi furono scaricati di notte davanti alla chiesa di Cristo Re a Bolzano. Il cardinale, nel 1944, gli consegnò anche una grossa somma di danaro per aiutare gli ebrei.

Quando il 30 aprile 1945 ci fu la nota strage, la sera si riunì un Comitato di liberazione nazionale. Don Primo era lì. I soldati tedeschi lo avevano cercato invano tutto il giorno. E nei giorni successivi “anche i soldati tedeschi che scappavano venivano da noi”, raccontava. “Abbiamo riempito tutta la canonica di soldati tedeschi… Prima di italiani, poi di belgi, poi di tedeschi…” Don Primo era fatto così.

Lasciò la città nel 1956 prima per Taio, poi per Mezzolombardo e Trento. Ma Merano gli rimase nel cuore, tanto che quando, tra il 1969 e il 1973 fu missionario in Mozambico, fece costruire tre villaggi che chiamò Merano 1, Merano 2 e Merano 3.

Tornato a Trento ebbe l’incarico di vicario episcopale per il clero. Ed al clero anziano ha dedicato gli ultimi anni della sua lunga e avventurosa vita, in quella casa in cui risuona ancora il sussurro lieve del suo ultimo respiro.

I funerali saranno celebrati oggi (giovedì) alle 14.30 nel Duomo di Trento dal vescovo Luigi Bressan.

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