Alto Adige – 4.10.2002
Si è sentito dire che il cambio del nome di piazza Vittoria sarà solo “un primo passo”. Ci saranno poi altri nomi da cambiare. A questa affermazione hanno risposto già in molti dal momento che, è evidente, in questo momento l’unico effetto che essa può avere è portare voti a chi invita a votare sì al referendum di domenica.
Parlare di “primo passo” significa non comprendere il significato simbolico dell’atto della Giunta Salghetti. L’intenzione non è stata quella di cominciare una revisione a tutto campo dei nomi che non ci piacciono (e ce ne sono), ma quella di lanciare un segnale di riconciliazione. I segnali di riconciliazione si accettano per quello che sono: ovvero, appunto, degli atti simbolici che vanno ad incidere nella realtà non per tutto quello che di concreto realizzano ma per il significato che esprimono e comunicano.
Un segnale di riconciliazione è un atto gratuito. Non chiede niente in cambio. D’altra parte presuppone che esso sia accettato come tale e non come un fatto scontato.
In concreto: il cambiamento di nome della piazza non è un atto dovuto, ma un gesto che costa, e proprio in questo sta il suo valore.
Parlare di “primo passo” vuol dire non capire, e quindi non meritare, lo sforzo che l’altro fa per venirci incontro.
Non che debba essere un tabù il cambiamento di altri nomi. Abbiamo sentito dire da illustri scienziati che i nomi delle strade non si cambiano mai. Non è affatto vero e le persone più anziane lo sanno benissimo. Proprio a Bolzano, nel corso del ‘900, i nomi sono cambiati più volte. In un primo tempo sono stati cancellati quelli che in qualche modo rimandavano al passato asburgico. Poi sono stati introdotti nomi dalla valenza patriottica, e quindi quelli inneggianti ai simboli del regime. Dopo la guerra i nomi di strada più marcatamente fascisti sono stati eliminati così come anche alcune italianizzazioni mal riuscite. Ogni regime tende a mettere i suoi nomi. Ecco perché sarebbe meglio che le strade portassero denominazioni non ideologiche e buone per tutti i tempi. La pace non è una di queste?
Comunque: il timore che altri nomi saranno cambiati è fondato? Difficilmente si può immaginare che il comune di Bolzano metta mano ad altri nomi: il segnale di piazza della Pace è di per sé più che sufficiente, da ogni punto di vista. In tal senso non pare che i cittadini debbano temere alcunché.
Ma non si può negare che le paure di una parte della popolazione si basino su dati concreti. L’idea di molti va subito alle varie iniziative, compiute dai partiti e da diverse associazioni di lingua tedesca, per cancellare del tutto o in parte la toponomastica italiana a livello provinciale. Se ne parla da almeno quindici anni e questo sì, goccia dopo goccia, è stato un attacco alla convivenza. In questo senso ha tutte le ragioni chi dice che la “pace” non si realizza da sé, diventando nome di una piazza, ma va costruita giorno per giorno nei comportamenti politici e sociali.
Allora se il cambiamento (benvenuto) del nome di una piazza deve essere davvero “un primo passo”, questo può voler dire solo che d’ora in avanti ognuno (soprattutto tra chi è per la pace) si impegna a stralciare dalla sua agenda politica tutto ciò che provoca timori e disagio in parti rilevanti della popolazione. In concreto: abbia la Svp la coerenza, la serietà e il coraggio (e non ce ne vuole molto) di ritirare subito ogni progetto di revisione della toponomastica che non si basi sul pieno consenso di tutti i gruppi linguistici. Nel nome della “pace”.
Si è sentito dire anche che non si può cambiare la storia. Certamente. Ma si può, e forse si deve, cambiare nel presente ciò che non va, come il nome di una piazza oppure quell’idea (ma forse ho sentito male) che gli unici simboli degli italiani dell’Alto Adige sarebbero il monumento alla Vittoria ed il monumento all’Alpino di Brunico… Il gruppo italiano che conosco io è un altro e i suoi simboli si chiamano cultura, lavoro e voglia di vivere.
Il prossimo 6 ottobre gli italiani di Bolzano (soprattutto loro) hanno un’occasione unica. Essi possono inchiodare il proprio destino ai simboli morti di un eterno ieri (che non fa loro onore né gli appartiene), oppure farsi un bel regalo e voltare pagina. Sarebbe un bel regalo non solo per chi vive in questa splendida terra, ma anche per chi, come in Israele, in Iraq, in molti paesi africani, asiatici e latinoamericani, nella pace fa ancora fatica a credere.
