Vita Trentina – 15.9.2002
Battute di Roberto Benigni: “Agnelli va in Paradiso di sicuro con questi comandamenti: Onora il padre e la madre – per forza, con tutti i soldi che gli hanno lasciato…; Non desiderare la roba d’altri – come fa? È tutto suo…”
Dunque il decimo è un comandamento riservato essenzialmente ai poveri? Fabrizio De Andrè, nella sua nota rivisitazione dei dieci comandamenti, sembra confermarlo: “Non desiderare la roba degli altri, non desiderarne la sposa… Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi che hanno una donna e qualcosa…”
Il decimo comandamento, tra tutti gli altri, è forse quello che inquieta di più. Non offre un parametro certo neppure all’apparenza. Non uccidere, non rubare, non mentire ci appaiono come criteri di orientamento abbastanza evidenti. Sappiamo cogliere la differenza tra rubare e non rubare e, se vogliamo, ci comportiamo di conseguenza. Ma “non desiderare la roba d’altri” che cosa vuole dire esattamente nel concreto?

Innanzitutto: perché qualcuno ha delle cose che altri non hanno? È una questione di giustizia da considerare alla luce delle parole che sono sintesi di tutte le indicazioni evangeliche: cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta. È proprio il Nuovo Testamento che insiste sul rapporto tra i concetti di povertà e giustizia.: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Don Oreste Benzi, il prete dei senza famiglia, dei tossicodipendenti e delle prostitute, commenta: “Non c’è differenza sostanziale (nelle beatitudini, ndr.) tra i poveri cui si riferisce Luca e i poveri ai quali fa riferimento Matteo. Per tutti e due gli evangelisti, si tratta degli ultimi rispetto ai primi, dei deboli rispetto ai forti, dei piccoli rispetto ai grandi, di tutti coloro che credono di non valere nulla al punto che sembrano chiedere scusa di esistere. Si tratta di prigionieri le cui catene Cristo è venuto a spezzare, si tratta degli oppressi che Cristo è venuto a liberare. Questi poveri, dice Matteo, ripongono la loro speranza in Dio che è il Giusto. Pertanto, questi poveri, avranno sempre una forte determinazione di rovesciare la situazione di oppressione, perché essi ripongono la loro speranza in Dio, il solo Giusto. È Lui che li educa alla giustizia, la sua, non quella degli uomini che non c’è”.
In un mondo in cui c’è chi ha tutto è c’è chi non ha niente, che significato può avere il decimo comandamento? Se ne è parlato per giorni recentemente, a livello planetario, in occasione del discusso vertice di Johannesburg che ha raccolto decine di migliaia di rappresentanti da ogni parte del globo. L’evidenza è fatta di squilibri. Una manciata di Paesi detiene ad esempio il monopolio dell’energia. È lecito per tutti gli altri desiderare di non essere emarginati dallo sviluppo e dal godimento delle risorse, senza per questo mirare alla ricchezza ma, semmai, alla sopravvivenza?
Sono miliardi le persone che oggi non hanno accesso ad uno dei beni più elementari: l’acqua. In molti luoghi i bambini passano la loro giornata a percorrere decine di chilometri di piste sabbiose sotto il sole dei tropici per riempire una tanica o un guscio di zucca di acqua putrida. È comprensibile che essi desiderino una vita più dignitosa, la qual cosa coincide con l’aver parte al benessere altrui?
Il decimo comandamento non è un comodo precetto rispettando il quale ci si possa sentire buoni cristiani. È segno di contraddizione. Esso, calato nei fatti, non mette in crisi chi non ha, ovvero i poveri, ma semmai chi ha troppo e desidera dell’altro. Il nostro superfluo è non solo ciò che altri desiderano, ma ciò di cui altri avrebbero diritto. Il ricco che dice al povero “non desiderare la mia roba” è blasfemo. O forse, è cieco. Gesù Cristo, sempre pronto a ribaltare il ragionamento dell’uomo, proclama beato il povero e mette in guardia il ricco che si autocondanna a vedersi precluso l’accesso al regno dei cieli. Più facile che un cammello passi per la cruna di un ago. Il Dio dei comandamenti ricolma di beni gli affamati e rimanda a mani vuote i ricchi.
Voler avere ciò che non si ha, voler essere ciò che non si è: questo cozza contro l’ultimo comandamento.
Don Secondo Martin, della comunità dell’Arca (fondata da Jean Vanier) commentava così il passo “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”: “Secondo la prospettiva biblica, sia nei rapporti tra le persone che in quelli tra gli uomini e Dio, l’elemento più importante è l’atteggiamento profondo del cuore…” E racconta: “All’Arca, dove conta soprattutto il cuore, si è portati spesso ad ‘aprire gli occhi’ sull’essenziale: operazione salutare quanto difficile e dolorosa! È emblematica la storia raccontata da Jean Vanier. Un giorno Ms. Normal è venuto ad incontrarmi perché aveva molti problemi. Con me vive un ragazzo che si chiama Jean Claude. Alcuni lo chiamano mongoloide. Ride forse un po’ troppo… il lavoro non è proprio il suo forte. Viviamo insieme da 14 anni. Mentre sono con Ms. Normal qualcuno bussa alla porta. Jean Claude entra ridendo, mi dà la mano, dà la mano a Ms. Normal e poi, sempre ridendo, se ne va. Ms. Normal si gira verso di me e dice: ‘che tristezza avere un figlio così!’ Jean Vanier commenta: ‘Per arrivare a dire questo, bisogna essere veramente handicappato! Ms. Normal era talmente accecato dai suoi progetti, dalla sua tristezza, dalle sue lacrime, dai suoi pregiudizi che non vedeva Jean Claude. Ma dietro questa corazza c’era un bambino che aveva paura. Se era incapace di vedere Jean Claude era perché in fondo aveva paura. In fondo… non aveva il coraggio di essere se stesso”.
L’invidia è cecità, è segno di poca riconoscenza. Ma la giustizia di Dio è altra cosa. E’ una promessa che condanna e salva. In definitiva, nell’invitare a non desiderare la roba altrui, si scaglia contro chi se ne è già impossessato e spinge chi soccombe ad avere fame e sete della giustizia, quella vera. A lottare per essa togliendoci dagli occhi “la roba” e puntando all’incontro con “la persona”, a desiderare per sé ciò che conta davvero per essere uomo/donna e fratello/sorella. Ciò che conta è la vita. Lo urla il ladrone crocefisso disegnato dalle note del cantautore: “L’invidia di ieri non è già finita, stasera v’invidio la vita”. E conclude: “Ma adesso che viene la sera ed il buio mi toglie il dolore dagli occhi… io nel vedere quest’uomo che muore, madre io provo dolore; nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore”. Quell’amore che, dice Paolo (Rm 13,8-10), riassume ogni comandamento ed è pieno compimento della legge.