Vita Trentina – 1.9.2002
Sono così lontani i tempi del collateralismo della Chiesa con un partito politico. Ancora più lontani i tempi in cui uomini di Chiesa sedevano davvero nella stanza dei bottoni della politica locale. Come sia cambiato il mondo nel giro di cinquant’anni lo si può capire leggendo il volume, recentemente pubblicato, “Dall’Asar al Los von Trient” di Fabio Giacomoni e Renzo Tommasi. Il libro, molto documentato, ripercorre “gli anni dell’egemonia democristiana” (dal 1948 al 1960), quando “la Regione si chiamava Odorizzi”. E quando l’intervento diretto della Chiesa nelle questioni politiche era la cosa più ovvia. Scrivono gli autori in un capitolo di sicuro interesse per i cattolici trentini: “Il centro, ‘la società madre’, la fonte di ogni impulso di tutto il sistema cattolico era il ‘vecchio’ Comitato diocesano di Azione cattolica, dal quale partivano tutte le direttive e le decisioni più importanti; si diceva che fosse il motore di ogni iniziativa economica, sociale ed anche politica. Un sistema solido, molto compatto ed integrato, organizzato in modo gerarchico che penetrava e permeava completamente le zone rurali con una rete complessa ed intricata di presenze, di stimoli e di controlli, radicato ed incarnato nella realtà economica e sociale ed esteso anche agli aspetti politici e religiosi. Un tessuto connettivo cattolico che rimane dormiente, come sterilizzato, ma che non si spegne (resistenza passiva? attendismo?) durante il ventennio fascista e che si ripropone in tutta la sua solidità e forza nel secondo dopoguerra con alla testa sempre l’ex Comitato diocesano di Azione cattolica, divenuto Giunta diocesana di Azione cattolica, guidato da due autorevoli e carismatiche personalità: il delegato vescovile mons. Alfonso Cesconi, soprannominato per la sua autorevolezza anche ‘il federale nero’, e l’astro nascente Flaminio Piccoli, per alcuni anni presidente della stessa Giunta diocesana trentina, prima di dedicarsi a tempo pieno alla politica partitica”.
Il seguire le indicazioni ecclesiali è un comportamento del tutto spontaneo. Infatti “i sacerdoti, i molti curati di montagna, godevano di un alto prestigio e reverenza e molto spesso erano in prima persona alla testa di associazioni ed iniziative economiche e sociali per risollevare la povera gente dalla miseria, dalla pellagra, dall’emigrazione; da tutto ciò ne derivava un ampio consenso nei loro riguardi, elemento essenziale per l’affermazione politica”. Siamo nella primavera del ’48: “Tempo di nemici, non di avversari: due schieramenti politici alternativi, due dottrine considerate antitetiche”.

La Chiesa si batte, come è risaputo, per il trionfo della Democrazia Cristiana. Me nel Trentino, diversamente che nel resto del Paese, il “nemico” non è tanto rappresentato dalla piccola minoranza comunista, quanto dalla numericamente potente ASAR.
Lo studio di Giacomoni e Tommasi si sviluppa a partire dai primi dibattiti sull’autonomia, ancora in sede di assemblea costituente, passa per le prime elezioni, per arrivare alla dialettica tutt’altro che facile tra forze politiche trentine e altoatesine. Incomprensioni, diverse concezioni dell’autonomia (e soprattutto dell’articolo 14 dello Statuto) condurranno all’incomunicabilità, al ritiro della SVP dalla Regione, alla proclamazione del Los von Trient e alla “indecorosa agonia della Giunta Odorizzi”.
Tra i protagonisti di quella stagione anche il settimanale diocesano, diretto da don G. Delugan. Una posizione spesso autonoma e critica, la sua (come in tempi precedenti), che testimonia della complessità esistente anche all’interno del mondo cattolico di allora. Alcuni esempi. Nel 1949 fu don Delugan che “additò come pericoloso l’intreccio tra il partito e l’Azione cattolica”. Più tardi, dopo il Los von Trient, si fecero udire voci, come quella di Kessler, le quali enunciarono con maggior convinzione il dovere della tutela delle minoranze linguistiche in Regione. Una linea approvata esplicitamente dal direttore di Vita Trentina: “…esprimiamo il fervido voto che questa via sia seguita fino in fondo, fino all’attuazione della piena giustizia nei confronti dei sudtirolesi: nella certezza incrollabile che essa è l’unica intonata ai dettami del diritto naturale e del buon senso, l’unica rispondente agli insegnamenti papali e ai principi ormai consacrati in solenni documenti dalle più alte istanze internazionali a tutela delle minoranze etniche”. Una posizione che costò al settimanale anche attacchi e accuse dall’interno del mondo ecclesiale: “Vita Trentina – si scrisse – si è sempre rifiutata di mettere in luce le benemerenze del Partito e dei suoi uomini (…) ha favorito lo sbandamento del nostro elettorato ignorando costantemente le benemerenze dei cattolici militanti in politica…”
Tempi duri anche allora per chi ammette la possibilità di un pensiero critico.