Alto Adige – 30.8.2002
In un mondo che si considera sempre più globalizzato le differenze culturali rimangono un ostacolo a volte insormontabile. È davvero così? Se prendiamo spunto dai recenti e continui fatti di cronaca legati a genitori che si contendono i figli tra le varie sponde del Mediterraneo, la constatazione sembrerebbe confermata. I casi di cui si ha notizia hanno per protagonisti spesso un padre arabo e islamico, una madre italiana e i figli contesi. Si tratta naturalmente di storie dai risvolti tragici, soprattutto per quanto riguarda i bambini, ma anche per i sentimenti feriti dei genitori.

Senza far riferimento ad alcun caso specifico (ogni caso è una storia diversa), il modo di presentare queste vicende, di discuterne nei bar o per la strada, di farle entrare nel dibattito politico, conduce spesso a ragionare di una contrapposizione tra culture (quella occidentale e quella araba) o tra religioni (quella cristiana e quella islamica). Il rapporto tra persone appartenenti a diversi ambiti di civiltà sarebbe, a lungo andare, impossibile. Dunque, come si diceva, sarebbe proprio vero che in questo mondo che si considera sempre più globalizzato le differenze culturali rimangono un ostacolo insormontabile. Forse sì, nel senso che la globalizzazione oggi permette, entro certi limiti, la circolazione dell’informazione, ma evidentemente non ancora la circolazione della cultura e la comunicazione fra gli esseri umani.
C’è il rischio che i fatti delle coppie arabo-italiane che entrano in crisi portino a pericolose generalizzazioni secondo cui, nel futuro di una coppia mista, c’è sempre un cattivo papà straniero che sottrae i figli alla mamma italiana. In certi casi sarà così e per fortuna la diplomazia internazionale si sta attrezzando per porvi rimedio. Ma in molti casi si tratta semplicemente di famiglie che entrano in crisi. Ovunque, quando ci sono i figli, essi vengono contesi e finiscono per essere le vere vittime del conflitto. Sullo sfondo di molte storie c’è evidentemente la fragilità delle scelte matrimoniali, la fragilità delle famiglie, la crisi di ruolo delle mamme e soprattutto dei papà, la lontananza o l’assenza dei parenti e di una comunità di riferimento. Quando c’è un mare di mezzo tutto ciò diviene solamente più evidente.
Questi eventi di incomprensione tra coniugi appartenenti a culture differenti, se si vuole scavare ancora un po’ alla ricerca delle cause, rappresentano anche la punta dell’iceberg di una questione della cui portata ancora non ci siamo resi ben conto: il rapporto, appunto, tra occidente e islam. Oppure, sarebbe meglio dire: tra i vari mondi occidentali e i vari mondi islamici. Bando alle comode ma fuorvianti semplificazioni!
E allora: perché mai una giovane europea ed un giovane arabo, come sostengono alcuni, non dovrebbero riuscire ad andare d’accordo? È chiaro che si tratta di una sfida. Certamente chi mette in guardia rispetto ai cosiddetti matrimoni misti (quando non usa argomentazioni razziste) non ha tutti i torti. È vero, bisogna stare attenti. Nel senso che è necessario attrezzarsi culturalmente. D’altra parte ci sono sempre differenze e possibili motivi di conflitto tra un uomo e una donna. Le diversità culturali e religiose vi si aggiungono. E se i giovani non sono preparati a farsene carico si tratta di un problema che interpella tutta la società.
Ciò che vale per il matrimonio vale anche per tutta un’altra serie di rapporti, da quelli politici, a quelli diplomatici, a quelli giuridici, a quelli culturali e religiosi e così via. Le alternative sono in sostanza due: o si dice no a qualsiasi tipo di incontro serio con l’islam e il mondo arabo, oppure bisogna elaborare nuovi strumenti di comunicazione che ci permettano, nell’incontro, di capire veramente chi abbiamo davanti e di fare le nostre scelte e le nostre proposte. Nella libertà che è data solo dalla conoscenza.